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Friedkin, la Roma è un affare complicato: le grane che bloccano la crescita

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Il monte ingaggi, lo stadio, gli sponsor, gli abbonamenti: il club non incassa e di conseguenza non può pianificare gli investimenti. I texani con le mani legate, la star Mourinho non basta

Valerio Salviani

Il “risveglio del gigante”, per citare Ryan Friedkin, si sta rivelando più complicato del previsto. L’affare Roma, presa a prezzo di saldo nell’agosto 2020 per la crisi dovuta alla pandemia, a neanche un anno di distanza sta facendo sorgere più di qualche dubbio nei due businessmen di Houston. Falliti i primi obiettivi sportivi ed economici (quarto posto e delisting), i texani stanno prendendo maggiormente coscienza di quanto sia complicato aumentare i ricavi e tagliare i costi senza abbassare l’asticella. Il piano per lo stadio non è ancora definito, gli sponsor non si fanno avanti e il monte ingaggi non scende. Tutto questo rende praticamente impossibile fare investimenti e spiega l’immobilismo sul mercato che sta turbando i tifosi.

Friedkin in difficoltà: la Roma non cresce

Dan e Ryan Friedkin non parlano mai alla stampa, ma la volontà di investire diversamente sulla squadra rispetto al passato è chiara. La scelta di Mourinho non è un capriccio del presidente romanista, ma fa parte di un piano di crescita ben preciso. I primi passi per attivare questo piano però sono i più difficili. Gli esuberi sono il vero grande problema della Roma in questo momento. Se non vengono rimosse le “zavorre”, non si può andare avanti. Il mercato internazionale però è bloccato, nessuno compra e nessuno vende. Dunque i vari Nzonzi, Pastore, Santon, Under, Fazio restano a libro paga e tengono altissimo un monte ingaggi che deve necessariamente scendere. Tiago Pinto sta lavorando su più mercati, ma al momento neanche chi sembrerebbe avere più appeal (vedi Olsen, Kluivert o Florenzi) ha avuto offerte concrete. Vivendo in queste sabbie mobili, anche chiudere un obiettivo primario come Xhaka diventa davvero complicato.

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Lo stadio: vincolo su Tor di Valle, la burocrazia è ancora fatale

La volontà dei Friedkin è costruire uno stadio più funzionale rispetto al progetto monstre che aveva Pallotta e in linea con il periodo storico. La crisi dovuta al Covid ha ridotto il raggio di azione su più livelli. È già partita la ricerca dell’area migliore dove far sorgere la nuova struttura, che sarà più piccola rispetto allo stadio Olimpico. Ma prima di proiettarsi al dove, bisogna risolvere le grane dovute al vecchio progetto. Se non verrà chiusa la questione Tor di Valle sarà impossibile procedere con il nuovo impianto. Nonostante le parole della sindaca Raggi, la pubblica utilità sul vecchio progetto non è ancora decaduta. Da aprile ad oggi, il Comune ha prodotto solo slittamenti sul voto. Finché sarà in essere, il progetto di Pallotta resterà in vita. Ancora una volta la burocrazia sta rallentando i piani della Roma. I Friedkin erano chiaramente a conoscenza di questo tipo di problema, ma speravano in un cambio di passo che al momento non c’è stato.

Ricavi: gli sponsor non si vedono, Qatar saluta

Un’altra delle mission principali dei Friedkin è aumentare i ricavi del club. Per riuscirci hanno rivisto l’organigramma finanziario, inserendo figure di primo livello che stanno lavorando nella sede di viale Tolstoj. La trattativa per il rinnovo con Qatar Airways però è naufragata e a meno di sorprese, la compagnia aerea non sarà più main sponsor dei giallorossi. E al momento non ci sono offerte concrete sul tavolo che fanno presupporre accordi imminenti. La possibilità di un’altra stagione senza sponsor principale sulla maglia è concreta. Inoltre, l’ingresso di New Balance non garantirà introiti importanti. La mossa di Mourinho è stata anche pubblicitaria. I Friedkin sperano che il richiamo dello Special One spinga qualche grande azienda a puntare sulla Roma. Ma al momento tutto tace.

Crisi sanitaria: abbonamenti bloccati e pochi ingressi allo stadio

A spazientire i Friedkin è anche l’incertezza sulle riaperture degli stadi. In America il Covid sembra un lontano ricordo. Le arene Nba sono già quasi al 100% della capienza, mentre in Italia si ragiona ancora sulla percentuale di tifosi che potranno assistere ai match da settembre. L’indecisione blocca ovviamente anche la campagna abbonamenti. Senza certezze, non si può sottoscrivere nessun abbonamento. Ergo, altri introiti che vengono a mancare. Un’altra delle tante difficoltà che bloccano gli investimenti e frenano la crescita.