E Tom?

di Redazione, @forzaroma

(di Mirko Porcari) – In piedi, silenzioso, ad ammirare lo skyline di Boston:

Thomas Di Benedetto sperava in qualcosa di differente, un’avventura diversa nel segno dei colori giallorossi; un anno di Roma e mille bilanci da fare, domande ed interrogativi per un futuro ancora da decifrare.

Era iniziata così, quasi per caso, con un fugace meeting romano tra curiosità e attese: tempi diversi, dove l’America significava soldi e potere, uno sfondo a stelle e strisce in cui i tifosi cominciavano a costruire castelli sognanti; nella capitale il primo approccio è tutto un inseguimento: Consob, hotel, ristoranti e Testaccio, un viaggio che mescolava affari e sentimenti per rendersi conto di ciò che stava facendo. Nel cuore del tifo giallorosso segnali poco confortanti: il flop del brindisi per una bottiglia avversa, una storia da raccontare seppellita dall’affetto e dall’amore dei tifosi. “Forza Roma” ed una risata cancella tutto: arrivederci a Boston per iniziare a fare sul serio.

Si gioca in casa e Tom cala gli assi. Anzi, l’asso. Perché nel frattempo si rincorrono voci e sussurri su defezioni in seno alla cordata: D’Amore e Rouane non pervenuti, l’unico che compone il tandem è James Pallotta, business man con l’Italia (e Roma in particolare) nella mente. La conferenza spiega qualche cosa di più ma non tutto, i tifosi giallorossi si ritrovano con scampoli di certezze intervallati da nebulosi dubbi.

Si chiude la primavera, con lei se ne vanno nomi altisonanti di allenatori facendo spazio alla cultura dell’ignoto: Luis Enrique è la scelta, “progetto” è il titolo. Il film comincia e Tom osserva da lontano l’estate dell’Ipad e del girotondo: ad agosto Trigoria è la location per l’ufficialità, passo fondamentale nell’acquisizione del pacchetto di maggioranza del club. La squadra comincia a sbandare, Di Benedetto riceve l’investitura in un settembre insolito, da Cappelli allo zio Tom, un passaggio di consegne per una carica che scotta: Presidente della As Roma, il primo che regala oneri e onori alla bonaria presenza del magnate americano.

Si intrecciano poco le due vite parallele: la squadra va per conto suo, il presidente percorre una strada intercontinentale, braccia e mente errano confusi, il vuoto di potere è palpabile. A salvare il salvabile ci provano a turno Baldini e Sabatini ma i risultati sono quelli che sono: idee che non decollano né in campo né in società, il campionato che si muove senza la Roma e i tifosi che continuano a brancolare nel buio.

Il colpo di scena, nel freddo del Bernardini, è un tuffo vestito: James Pallotta ci mette un accenno di carisma per rivitalizzare l’ambiente, mentre Thomas entra silenziosamente in un cono d’ombra, fino ad uscire quasi del tutto dai radar giallorossi. Si vede ogni tanto, soprattutto allo stadio, ma le soddisfazioni tardano ad arrivare: serpeggia il malcontento, alcuni parlano di una sfortuna atavica, altri di una presenza che non porta nulla di buono. Leggende metropolitane, la realtà è una Roma insipida che saluta anzitempo tutti gli obiettivi possibili.

La storia più recente è dipinta dai baci a Francesco Totti nel giorno di Giorgio Rossi: il Presidente in tribuna si appella alla Divina Provvidenza per dare un senso al suo impegno, in campo la squadra si aggrappa alla classe del capitano per non scivolare ulteriormente nel ridicolo. Un anno e più di Roma, a giugno si dovranno fare i conti con i numeri e i bilanci: 29 milioni per dare concretezza alle idee. La faccia, fino ad ora, Tom ce l’ha messa, adesso è il turno dei soldi.

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