Stefano Desideri, ex centrocampista della Roma dal 1985 al 1991 dopo la trafila nelle giovanili, ha rilasciato un’intervista a La Gazzetta dello Sport ricordando il suo passato in maglia giallorossa. Di seguito le sue parole:

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Desideri: “La sconfitta con il Lecce farà sempre male. Stavo per rovinare l’esordio”
Stefano Desideri, per tutti Ciccio, partiamo da qui. A Roma ha passato anni speciali. Soprattutto per un ragazzo romano e romanista come lei. "Esordire all’Olimpico è un’emozione difficile da spiegare per uno tifoso come me. Ho sempre dato tutto per Roma e per la Roma, infatti qualcuno mi chiamava “il legionario”. Devo un grazie particolare a Eriksson che ha avuto fiducia e mi ha fatto esordire. E pensare che la notte prima del debutto stavo per rovinare tutto...".
Che successe? "In squadra in tanti sapevano fare l'imitazione del mister, Impallomeni su tutti. Quella sera ero in camera e mi arrivò una chiamata di Eriksson che mi diceva di andare a dormire perché il giorno dopo sarei partito dal 1' al posto di Ancelotti. Io quasi lo mandi a quel paese, pensavo fosse uno scherzo. Invece era davvero lui, grazie a Dio...".
È vero che lei a Milano non voleva nemmeno andarci? "Non è così, vorrei spiegarmi bene. Io non volevo andare via da Roma, è molto diverso. Mi dissero che la società aveva bisogno di soldi e che io ero uno di quelli con più mercato. Non mi fu data scelta".
Certo, se ne fosse andato con uno scudetto in bacheca magari lo avrebbe fatto più a cuor leggero. "Sta toccando un tasto dolente, quel Roma-Lecce è una ferita ancora aperta. Ma non solo per me eh, per tutti miei compagni di allora. Quando ci vediamo a cena ancora ne parliamo e sono passati quarant’anni. Ognuno ha qualcosa che cambierebbe. Io avrei vinto uno scudetto con la squadra che amo. Posso dirle che è uno dei due rimpianti più grandi della vita".
A Roma eravate un grande gruppo. Chi era il suo modello? "Direi Agostino Di Bartolomei. Era il mio idolo, ne studiavo i movimenti e ne ammiravo la grande professionalità. Però era uno spettacolo anche vedere i dribbling di Bruno Conti e i colpi di testa di Pruzzo. In ogni allenamento c’erano almeno due o tre prodezze da ammirare".
Chi di loro le ha insegnato di più? "Qui è facile: Carlo Ancelotti senza dubbio. È stato un maestro per me. In campo era un vero duro, ti insegnava come entrare e come posizionarti correttamente. Poi, invece, fuori dal campo era uno spasso. Quante cene e quante risate ci siamo fatti".
Ha lavorato con Bruno Conti nel settore giovanile della Roma. "E' stato fantastico, quanti ragazzi abbiamo tirato su. Facevamo un conto con Bruno, più di 100 sono diventati professionisti. Un numero incredibile. E' molto bello vederli arrivare bambini e seguirli nel discorso. Penso a Florenzi, Pellegrini, Frattesi fino a Calafiori, Zalewski e altri".
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