De Rossi: “Vincere da allenatore della Roma sarebbe una bella storia”

Il centrocampista giallorosso si racconta: “E’ importante smettere di giocare prima di non farlo più bene. La sconfitta è la cosa più brutta che c’è”

di Redazione, @forzaroma

Daniele De Rossi si racconta ai microfoni di Daniele Adani. Da oggi su Sky Sport è disponibile una lunga intervista in cui il centrocampista della Roma si sofferma su tantissimi temi. Ecco tutte le sue dichiarazioni:

Ostia meglio di Copacabana?
Per me sì, come ogni città o ogni quartiere che segna l’infanzia e l’adolescenza di ognuno. Il paragone forse è un po’ forte, stona un pochino, però per me questi sono posti che non cambierei neanche per le spiagge più belle del mondo. Mi rendo conto che la bellezza è diversa…

Qui dietro c’è la pineta, vieni ancora a correrci prima di iniziare le preparazioni?
Un po’ di meno, quando sei vecchio tendi a riniziare più gradualmente, invece quando sei giovane spari subito i primi botti già dalle prime cose del pre-campionato. Andavo a correre lì, una volta era un capolavoro, poi ha preso fuoco tanti anni fa. Tutti i ragazzi di Ostia ci andavano a correre, anche dalle zone vicine.

La strada è il miglior tattico del mondo, era un esercizio naturale…
A volte viene utilizzato questo termine, ‘la strada’, gli insegnamenti della strada e si fa un po’ di confusione perché anche in altri luoghi si impara molto. Però è importante il sapersi adattare ai ragazzi del proprio quartiere che magari hanno vite diametralmente opposte alle tue, poi ti ritrovi nei vari parchi di Ostia. Giocavi con le porte create dagli zaini, adesso i parchi sono sempre più belli, hanno le porte da calcetto. Penso che anche adesso, nonostante le Playstation e i telefoni, quando passo davanti ai parchi vedo sempre i bambini giocare a pallone. Mi fa piacere, mi ricorda quello che ho fatto io per tantissimi anni. Poi ho iniziato la carriera nelle giovanili della Roma, che ti dà tanto ma leva anche un po’ di tempo per giocare in modo più spensierato.

È sempre stato detto che avevi un fisico esile, gracilino. Hai dovuto fare un passaggio dal punto di vista della struttura fisica. Quando iniziavi a giocare avevi quella scodella bionda in testa che ha fatto il giro del mondo…
Lì ero un bambino tifoso, neanche giocavo, se non al mare o al parchetto sotto casa. Non ero neanche un calciatore delle scuole calcio forse. Il piccolo calciatore che ero una volta ero l’opposto esatto di quello che sono ora, ero completamente diverso anche in virtù del mio fisico longilineo, ero molto magro, ero esile, non ero neanche questo cuor di leone che amava contrasti e che andava a fare zuffa.

Quando giocavi attaccante lo facevi in maniera ludica?
Ero un cacasotto, come si dice in gergo. Ero uno che l’aggressività l’ha sviluppata negli anni com’è normale che sia, da ragazzini si tende a essere bambacioni come diciamo noi a Roma. Il calcio giovanile qui a Roma riserva realtà dove c’è da mettere il piede e io non ero uno che amava la partita frizzantina. Mi piaceva fare la giocata, ogni tanto mi isolavo sulla fascia sinistra.

È vera la storia della chiamata a 10 anni della Roma? Sì è parlato di rinuncia. Io preferisco un altro termine: saper scegliere la sfida giusta, quella di convivere con gli amici.
Sì, a 9-10 anni. Su queste rinunce, che sono simili a quelle che mi hanno fatto rinunciare ad altro molto più recentemente, si fa un po’ di confusione. Si enfatizza un po’ il lato altruista e altruistico di queste rinunce, come se l’avessi fatto per altri. Semplicemente quando ero piccolo stavo bene coi miei amichetti. Andare in un posto nuovo, scoprire gente nuova, forse rapportarmi con giocatori più bravi… mi metteva un po’ paura, forse. A parte il fatto di dovermi rapportare con giocatori più bravi, è molto simile a quello che ho fatto poi. Ho scelto di rimanere coi miei amici, che possono essere i miei compagni dellalla Roma, la mia famiglia, ma soprattutto la Roma come tifoseria, come maglia e come squadra.

Lo spogliatoio sa riconoscere e concedere i gradi anche ai ragazzi giovani, se lo meritano.
Credo sia la base, quello che lasci nei rapporti umani che hai creato negli anni con un calciatore, con un allenatore, con chi lavora a Trigoria come cameriere o magazziniere, gente che davanti alle telecamere non finisce quasi. Il vero valore di un giocatore, di un uomo e di quello che ha dato un uomo durante la sua carriera, lo danno i racconti che fanno i propri compagni anche 10-15 anni dopo che hai smesso, non quello che dicono i tifosi. Non perché i tifosi siano meno importanti, ma semplicemente perché hanno una percezione distorta e limitata. Cosa possono vedere? I 90 minuti, le interviste, i social. Ma quello che fai nello spogliatoio, quello che fai quando un compagno ha bisogno, quando un allenatore ti mette in difficoltà o ha bisogno di te… quelle sono cose che i calciatori non dimenticano.

Il mare accentua le emozioni, chi è nato al mare vive questo rapporto come uno yo-yo virtuale. Ti è capitato di discutere dei problemi della squadra o vivere momenti di transizione qua, sul tuo mare?
Qui, in maniera intima, nel senso di sfogo o di chiacchierata, mai. Ho portato i compagni a vedere questo posto, a mangiarci ogni tanto. Lo vive in maniera intima chi lo ha vissuto sempre come casa, come un’alternativa alla propria casa, al proprio giardino o alla scuola. Quando non andavamo a scuola, o c’era l’assemblea, si veniva tutti qui. C’era quello che veniva col pallone, quello col surf. Questo posto non regala la stessa intimità a chi viene da fuori. Lo abbiamo condiviso con alcuni compagni ma non è mai stato un punto di ritrovo o di arrivo per festeggiare qualcosa. Non si sono costruite imprese partendo da qua, anche perché non ne ricordo molte… se avessimo provato a costruirle qua, sarebbe stato il posto sbagliato (ride, ndR).

Si dice che non si abita il mare, lo si attraversa. Che ne pensi?
Io non l’ho mai attraversato. L’ho vissuto intensamente, ho avuto giornate di totale simbiosi col mare, anche col tempo meno clemente rispetto ad oggi. Attraversato no però. Anzi, se vado troppo oltre mi fa anche un po’ paura.

Ci sono stati tanti rientri, a volte in gloria e tante altre amari.
Sì, il mare esalta tutto questo. Sia la gioia di vivere una giornata post vittoria, una giornata positiva, il mare ti rilassa e te la esalta. Ma in giornate anche come queste, quando sei triste, non è vero che lenisce il dolore. E’ un po’ malinconico, ti porta a pensare. Quando sei nervoso pensi sempre a quello, non ti aiuta particolarmente. Meglio altro.

Tu ricordi molto la generazione della Roma dei primi anni ’80.
Il calcio ora lascia meno spazio all’immaginazione, al sogno. Conosci tutto, numeri di scarpa, taglie di magliette. Quello è un calcio che riguardo ad alcuni interpreti ha segnato la mia vita. Non so quanto la mia evoluzione da calciatore. Io ero diverso da quel che sono ora, credo sia stata un’evoluzione naturale.

Hai fatto il raccattapalle, la terra di mezzo tra gli spalti e il campo.
Quella era una Roma più debole, i risultati che otteneva erano inferiori rispetto a quella degli anni ’80. Ma era comunque una Roma emozionante per un ragazzino di quell’età, la Curva di quegli anni era qualcosa di incredibile, era un continuo spettacolo. Ce l’avevi avanti e dietro, eri indeciso su dove guardare. Io ero entusiasta, il fine settimana mi dava la partita della domenica dove tante volte neanche giocavo e poi il fare il raccattapalle: quello non poteva togliermelo nessuno.

Hai avuto come idolo Rudi Voeller. Ne hai parlato diverse volte, ma mi è piaciuto molto il fatto che lo hai confessato dopo che lui aveva lasciato la Roma, come a non voler passare per ruffiano.
È un meccanismo al quale stavo attento prima. Prima ero terrorizzato all’idea di passare da ruffiano, sia nei confronti dei tifosi, di un allenatore o di un giornalista. C’era quasi la caccia all’uomo a chi potesse fare la spia al giornalista, l’ambiente era un po’ più indietro. Poi uno cresce, ora ho 34 anni, ho capito che puoi dire quello che ti pare senza esagerare, puoi avere un rapporto con un giornalista senza per forza dovergli per forza aver raccontato i segreti più nascosti dello spogliatoio e viceversa, puoi ignorarlo e fare la ‘spiata’. Vivo tutto in modo più normale e naturale, vivo meglio. Riguardo Voeller era un idolo, mi ero fatto cucire da mia zia il 9 sulla maglia della Roma, prima non vendevano i numeri e i nomi come adesso. Era un grandissimo giocatore, ma io non avevo un amore tecnico, consapevole, era un amore per il numero 9 che per un periodo ha anche indossato la fascia di capitano. Insieme a Giannini erano quelli che in quell’età mi facevano veramente morire. Voeller e Giannini mi facevano morire.

Sui tifosi della Roma.
Credo siano cambiati, sono più maturi, più competenti, ma un po’ meno viscerali. Prima il tifoso della Roma partita da agosto/settembre con ‘Vinciamo tutto’. Era inconscio, a volte folle, però era anche quella la bellezza di avere questa passione, di difenderla contro tutto e tutti, di difendere il giocatore che sbaglia contro tutto e tutti, difendere un figlio, una fidanzata, una moglie. Adesso c’è un po’ più di tendenza a tifare per quella che è la propria idea, per il proprio giocatore preferito, il proprio allenatore preferito, addirittura la propria dirigenza preferita. Secondo me questo ha smorzato un pochino quella passione unica e ha creato un po’ di fratture e divisioni.

L’entusiasmo che avete sul gol è una cosa incredibile. La tua faccia cambia.
Io credo di essere un fortunato, non ho mai dovuto fingere da questo punto di vista, non ho mai dovuto dimostrare qualcosa che non sentissi fortemente dentro di me. Io ho vissuto un amore grande che mi porterò dietro sempre. L’amore rimarrà sempre, però non è che quando starò a casa sul divano a 50-60 anni e segnerà la Roma, la vivrò come se dovessimo segnare domenica. Io ero contento perché segnava la Roma, ma ero contento perché io ero parte di qualcosa della Roma. Anche quando sto in panchina, anche quando non gioco e sto in tribuna. Adesso, oltre ad essere la mia squadra del cuore, è la mia squadra. Sono io l’artefice delle vittorie e purtroppo anche delle sconfitte della mia squadra. È normale che mi rende protagonista nel bene e nel male, quindi quando le cose vanno bene io ho una felicità addosso che è incredibile. La felicità è già solo avere questo privilegio, aver giocato sempre con la squadra che ami. E’ una cosa unica, forse lo capirò un po’ più avanti. Adesso lo divido tra questa grande gioia e le rotture che dà giocare con la squadra del tuo cuore, perché te ne dà, ti crea tanto stress, tanta pressione. Invece magari più avanti mi renderò conto che è stato un viaggio incredibile.

Negli anni dell’adolescenza c’è stata anche la scoperta del ruolo. L’evoluzione di un giocatore che giocava in modo selvaggio, che va a collocarsi in una zona strategica del campo. Il 25 ottobre 2000 è la tua prima da centrocampista centrale con Bencivenga. Al centro del gioco sei arrivato quel giorno.
Sì, in quel giorno. Con la sua guida, mister Bencivenga a livello giovanile romano è conosciutissimo. Questa sua trasformazione nei miei confronti è stata fondamentale. Mi diceva sempre “O ti svegli, o ti svegli. O diventi calciatore in questo ruolo, o non giocherai mai a calcio”. Non potevo fare l’attaccante secondo lui, sicuramente aveva ragione.

Quello del regista è un compito, non un ruolo.
Si può essere registi in qualsiasi parte del campo, anche in porta, anche il portiere può creare gioco. Anche lui risolve un’uscita. È normale che al centro del campo tocchi più palloni, ma non è detto che sei quello che catalizza il gioco. A catalizzare il gioco può essere anche uno come Perotti una domenica che sta in palla o un terzino quando esci al pressing. Se hai uno che esce da quella situazione crea la giocata, poi è normale che servono altri compagni, del centrocampista in appoggio. Ma è superata l’idea che il regista sia Maradona e gli altri corrono. Com’è superata l’idea che l’attaccante deve fare solo far gol.

Hai mai sentito parlare di “salida lavolpiana”?
No, aiutami.

La Volpe è un allenatore argentino, allenava il Messico nel 2006. È la costruzione da dietro, il movimento del centrocampista centrale in mezzo ai due difensori. Il principe di questo ruolo in Italia è stato Rafa Marquez.
Questa è una cosa che bene o male ho sempre avuto, quando è stata riconosciuta come nostra, è stata totalmente farina del sacco di Luis Enrique. Eravamo in ritiro, mi mise là e mi fece vedere i video del Barcellona B, mi disse che avrei dovuto fare così. Ho dovuto giocare partire molto importanti da difensore centrale e quello è un antipasto del difensore centrale.

Tu leggi nel corto prima di imbucare.
È anche questione di conoscenza, di qualità tecniche e soprattutto di compagni che si smarcano quando devi fare quel passaggio. Queste cose Guardiola ce le aveva dentro, probabilmente per la sua cultura, gliel’hanno insegnato quando era piccolo. Ha avuto Cruijff come allenatore, non è una cosa che possono vantare tutti. Noi l’abbiamo ammazzato, l’abbiamo fatto smettere noi, si è trovato in un posto in cui il calcio era un’altra cosa, un altro sport. Era diverso. Non so se fosse avanti, secondo me sì. Lui rimaneva sconcertato dal nostro vincere il contrasto e ripartire, cambiare gioco, poi contropiede, contrasti, salti, botti. Lui predicava calma, non voleva che ci girassimo col pallone, dovevi sempre giocare a chi vedeva la palla. Qualcosa l’ho recepita subito, anche se ero molto giovane. Lui si metteva lì a fine allenamento, si levava gli scarpini e si prendeva del tempo con me per dirmi cosa sbagliavo. Ci perdeva un tempo che io non pensavo di meritare. Un po’ lo faceva perché mi voleva bene, un po’ perché era il suo riscaldamento. Stava diventando un allenatore vero già allora. Aveva un calcio che ho ritrovato un po’ in Luis Enrique, un calcio nel quale io mi ritrovo, un calcio pensato: non che io sia un fenomeno, ma in un calcio ragionato mi trovo meglio. Forse perché non ho il lancio millimetrico di Pirlo o la falcata di Pogba o la corsa di Nainggolan. Per questo hai bisogno dei compagni che si muovono e l’allenatore lì è determinante. Ho sempre pensato che l’allenatore è determinante per il calciatore. Io ho sempre pensato che l’allenatore non conta, che in campo ci vanno i giocatori, in campo ci vuole che ti fa gol. E’ verissimo, per carità, ma negli ultimi anni mi rendo conto che la percentuale di importanza che do all’allenatore sale continuamente.

Il campione è un moltiplicatore di onori e oneri. E’ uno che con una sua parola indica la strada per tanta gente che lo segue. Il campione non avrebbe mai sognato di raggiungere uno status così importante.
Ci sono i ruoli, c’è il ragazzo più timido, più introverso, che magari non ha voglia di rotture, ed è anche giusto e comprensibile che si vada a prendere uno 0-0 quando va a parlare. Altre persone sono nate per non fare mai 0-0, per essere sempre in ascolto, sempre in maniera positiva, senza essere completamente fuori, sempre bastian contrario, perché è fastidioso anche quello. Non devi essere un campione con dei numeri incredibili per poter essere importante in spogliatoio, in una squadra o per la tifoseria.

Castel Sant’Angelo, lì c’è la scuola.
Lì portiamo la bambina a scuola, ha le amiche. Per noi è il nostro quartiere. È pieno centro di Roma, ma lo viviamo con una serenità incredibile. All’inizio avevo paura di andare in centro, ma con tanti turisti stranieri sono ancora più tranquillo. E’ diventato un quartiere a misura d’uomo, sto benissimo.

Tu e Sarah amate sdoppiarvi tra Ostia e Roma.
Ultimamente stiamo molto più a Roma, ma Ostia è una tappa fissa. Un po’ perché abbiamo i parenti e gli amici, un po’ perché è il posto dove abbiamo iniziato a vivere insieme e dove ci sentiamo a casa.

Meglio parlare qui che in uno studio tv o in uno spogliatoio.
Lo faccio una volta all’anno, sto più comodo.

Parlavamo della tua capacità di essere già da giovane, vecchio calcisticamente. Ora vecchio ci sei diventato dal punto di vista calcistico. Com’è il tuo rapporto con i giovani?
Dovremmo sentire loro, ma io credo bene. Mi riesco a rapportare bene anche con le generazioni più recenti che sicuramente sono diverse da me. Hanno tutti un atteggiamento diverso, ma non sbagliato. Sono passati 15 anni da quando ho iniziato io, 15 anni fa non c’era Facebook, non c’erano i social network, non era così netto il contatto con il fan già da quando hai 16 o 18 anni. È normale che siano un po’ più spigliati, più attenti al mondo all’esterno. Noi pensavamo un po’ di più ad emergere facendo calcio, non intrattenendo. Però tra 15 anni ce ne sarà un’altra.

Tu con Zeman molte volte non giocavi. Non penso tu andassi a chiedergli il motivo.
No, io la trovo una cosa assurda. A prescindere da Zeman, da una scelta tecnica o tattica, penso che non ci sia lavoro più difficile nel nostro mondo e non c’è allenatore che non voglia vincere tutte le partite. Nessuno si dà la zappa sui piedi. Se Zeman o chiunque altro non fa giocare un giocatore, è perché pensa che quel giocatore non gli fa vincere le partite, altrimenti sarebbe un pazzo masochista. Partiamo da questo presupposto: se non ti fa giocare è perché pensa ci sia uno migliore. Se parti da quello vedi tutto in maniera diversa. Il fatto che papà faccia l’allenatore, anche se con i giovani, mi ha aiutato a pensarla in questa maniera.

L’allenatore non fa niente per farsi del male.
Ed è solo. Ha il suo staff ma è solo, sia nella sconfitta che nella vittoria. Noi siamo in tanti. Puoi perdere e fare una grande partita, vuoi o non vuoi sei meno colpito. È diverso. Puoi essere infortunato, squalificato. Lui non stacca mai, è sempre lì, sempre bastonato, soprattutto qui. E’ un mestiere che ho sempre rispettato molto, se posso dare un consiglio ai giovani è quello di rispettarlo.

Raramente i giocatori seguono le analisi video, a te piace tantissimo.
Ogni tanto mi annoio anch’io, ogni tanto mi cala la palpebra e da giovane lo sopportavo di meno. Ora ho iniziato a capire che è fondamentale per un calciatore, non solo nel calcio, anche negli altri sport. Un calciatore che ha l’insegnante giusto che gli dice le cose giuste dal video, può trarre vantaggi esponenziali, da tutto. È una cosa formidabile se la segui, se ti addormenti dopo 5 minuti… sono uno dei pochi ad appassionarsi ai video, e lo capisco ma ci devi mettere la testa giusta, accettando anche un po’ di noia. E’ importante.

Il video toglie alibi, aiuta a migliorare.
Non tutti lo accettano, il calcio è vario. L’allenatore decide, ,a possiamo vederlo in mille maniere, non è facile che i compagni siano d’accordo. Lo sai subito quando hai sbagliato un movimento, prima che il mister blocchi. È importante per le partite successive.

Vorrei parlare di due dame. Una è quasi irraggiungibile, si fa vedere, è sfuggente, non ti si concede facilmente. L’altra è più per tutti. Parlo della vittoria e della sconfitta. Non c’è tanta differenza nel percorso.
Partiamo dalla vittoria. Negli anni mi sono reso conto che non è così semplice raggiungerla, non l’ho raggiunta nella maggior parte dei casi. È per le persone, per le squadre, per i gruppi eccezionali. Qui parliamo di uno sport di squadra. Facessi il tennista avrei più facile il confronto, capirei meglio cosa cambiare per non raggiungere la sconfitta. Secondo me invece c’è un grande limbo, è quello in cui abbiamo navigato noi della Roma per tutta la mia carriera. Vincere una partita è un conto, vincere un campionato è un altro. Uscire sconfitti da un campionato non è neanche detto che arrivare secondi o terzi come succede a noi. Per arrivare secondo 7, 8, 10 volte devi aver vinto tante partite e aver lavorato bene, seriamente. Hai sempre trovato qualcuno più bravo di te, qualcosa che ha lavorato meglio, che ha meritato più di te, magari non sempre. Però per arrivare secondi in un campionato vinci tante partite, ne perdi poche, significa che lavori bene in settimana, che hai la mentalità giusta e che sei un professionista, un vincente. Purtroppo non sei il vincitore, quello che arriva prima e questa è una cosa ti distrugge. Non arrivare prima per una squadra che ci prova e che ci tenta è una sconfitta, e la sconfitta è la cosa più brutta che c’è nel mio lavoro.

Ma non c’è tanta distanza tra vittoria e sconfitta. Però se c’è sempre ci sono dei motivi, seppur difficili da presentarli.
Per quel che riguarda la Roma e la mia carriera, c’è tanta differenza tra la vittoria e il fallimento. Tra il sentirsi un vincente e il sentirsi un fallito. Non mi sento un vincente, ma sicuro non mi sento uno sconfitto o un fallito. A parte qualche stagione che è stata un fallimento, ho fatto il mio lavoro nella maniera giusto. Una squadra che parte con l’idea di vincere perché è troppo più forte e arriva seconda, terza o quarta fallisce. A una squadra come la Roma, forte e competitiva, che arriva sempre seconda… sicuramente è mancato qualcosa, non possiamo tirare su all’aria trofei immaginari, ma sicuramente ha fatto anche molte cose buone. Va valutato anche questo, è normale che tutti vogliamo vincere e fregiarci di un ricordo memorabile, ma dobbiamo anche analizzare in modo freddo le stagioni e le potenzialità.

Sul comprendere il calcio.
Non parlo di comprendere il calcio dal di dentro. Anche voi che fate comunicazione analizzate e potete veicolare la stagione di uno. Come valuti la stagione della Roma piuttosto che un’altra? Una stagione esaltante o meno?

Noi viviamo in una terra di mezzo. Dobbiamo essere bravi a tradurre il messaggio vostro e presentarlo a chi ci ascolta, per fare questo bisogna avere rispetto. E va fatto per gli altri. Tu questo ce l’hai dentro anche se non fai questo lavoro. Hai un modo di parlare che dice. E’ una cosa che io cerco di fare partendo sempre dall’analisi. Non devi mai stare avanti all’evento, il tuo ego non c’entra niente.
Il discorso vostro, di comunicazione, in generale, parte da un presupposto importante. L’essere imparziali. Parli di qualcosa che tocca nel cuore la gente, più del calcio non tocca niente in Italia. Devi essere preparato per soddisfare la gente e per essere inattaccabile. Se dici la verità e dici quello che hai visto, al di là delle sfumature, stai valutando due squadre che giocano contro. Due mondi e tifoserie che giocano contro, che guardano la stessa tv, la stessa trasmissione da punti di vista diametralmente opposti. Se non sei super preparato e non dici le cose come stanno, da essere inattaccabile dal punto di vista morale e tattico, lì crei un piccolo terremoto e non fai bene il tuo lavoro.

Sei stato per una decina d’anni uno dei 3-4-5 centrocampisti più forti e più ricercati d’Europa. Ti ha portato tanti guadagni, meritati, sudati e ottenuti. Che valore dai al denaro?
Il denaro è importante per chiunque. Scindo il valore di un contratto, importantissimo, quando si parla del contratto si parla del contratto, come tutte le cose nella vita le faccio al 100% e seriamente. Credo di essere stato l’unico nella storia della Roma a dire “Non sto firmando il contratto perché voglio più soldi”. Lì per lì ha creato qualche malumore, ma diciamo che male non fa. Poi però c’è altro, c’è il non aver mai chiesto un aumento, il non aver mai cercato sponde da squadre, procuratori e sponsor per creare scompiglio. In quel senso sono stato molto leale. Poi c’è il valore che diamo quotidianamente ai soldi, gli ho sempre dato il giusto valore. Ho 34 anni e una famiglia numerosa, gli do il giusto valore. Facciamo una bella vita, mi tolgo i miei sfizi, ai figli non mancherà nulla e anche ai loro nipoti probabilmente. Ma si può vivere anche con uno stipendio diverso, sapere sempre che tra pochi anni le telecamere si spengono, c’è da essere consapevoli che potresti smettere di guadagnare. Io sono stato fortunato perché, come dici tu, tantissimo. Non ho sentito pochi colleghi andare in difficoltà, anche dopo aver guadagnato cifre spaventose. A livello umano le persone che frequenti, tolte le 20 che hai nello spogliatoio, campano di stipendio, facendo una “piccola battaglia” con la vita in Italia adesso. Devi saperti comportare, devi saperti mettere allo stesso piano perché sei allo stesso piano a livello umano e perché si può vivere benissimo anche facendo una vita sobria.

Vedo in te una nuova luce, hai una serenità che contagia e una famiglia meravigliosa.
Faccio tutto al 100%, sia in campo che fuori. Ho avuto due matrimoni. Il primo è stato un fallimento, non è andato bene, ma non mi sento di dire che ho due famiglie. Ne ho una, grande, allargata. La prima parte non è andata bene ma mi ha dato una delle cose più importanti che ho, che è Gaia. Non può essere considerato un fallimento se non a livello matrimoniale, ma quello è figlio dell’età. Come maturi a 34 anni sul campo o in altre cose, a 20-22 anni non puoi essere maturo o pronto. Ci sono persone che lo sono di più, che sono un po’ più furbe, che sanno stare sole più tempo. E’ quello che io consiglierei al mio figlio maschio se dovesse fare questo lavoro, o anche alle mie figlie femmine, divertirsi è bipartisan. Sia i maschi che le femmine possono farlo. A quell’età forse è un pi’ difficile caricarsi di impegni, di cose importanti. Avere figli giovani è molto bello, ma 34 anni io reputo grave chi non si sa gestire a quest’età. Chi ha fatto piccoli passi falsi a 22-23 anni in una cosa importante come la famiglia, un po’ lo giustifico.

Alcuni ragazzi che hanno fatto il nostro lavoro possono arrivare ad alcune forme depressive.
Ho conosciuto colleghi che hanno avuto momenti difficili dopo o durante. Smettere è un incentivo a essere ancora più triste. Il calcio è quello che hai fatto da quando hai 4-5 anni. All’improvviso te lo tolgono in maniera dura, devi essere tu bravo a capire quando farne a meno. Devi riuscire a farne a meno, perché smettere di giocare a calcio è un qualcosa che succede a tutti. È importante smettere di giocare prima di smettere di giocare bene a calcio. Lì inizia un processo che credo sarà complicatissimo. Posso parlare bene, ma credo sarà difficilissimo anche per me. Per tutti lo è stato. Mio padre ha giocato a calcio e ha detto che è stato difficile anche per lui, però poi torniamo al discorso dei valori e del saper vivere bene con se stessi. Potresti anche uscire dal calcio e vivere bene comunque. E’ qualcosa che non ti so dire perché non l’ho affrontato in modo tangibile.

Quanto spingersi oltre? Cosa determinerà la campanella dell’ultimo giro?
L’ho anticipata questa risposta. Smettere di giocare a calcio prima di smettere di giocare bene a calcio, o almeno in maniera degna. Per me è un discorso anche di orgoglio, di amor proprio e comunque te ne accorgi nel quotidiano in allenamenti, te ne accorgi anche da come ti guardano i tuoi compagni. Se hai persone che ti vogliono bene intorno, te lo dicono. Un calo è normale, il fisico è quello che è. Se non sei più in grado di fare calcio in una certa maniera, con aggressività, lucidità, ritmo, entusiasmo, te ne accorgi. Quando vado in vacanza sto benissimo, mi piace viaggiare, mi diverto, ma dopo 7-8-12-13 giorni un po’ c’è il richiamo. Quello ti fa capire che sei vivo lì dentro. Quello potrebbe restare anche quando non sei più in grado ma è una cosa che già sento meno di prima. Sento meno la necessità di fare calcio 24 ore su 24, nel giorno libero non vado a leggere i siti come facevo prima. Ma la sera, prima di addormentarmi, è probabile che dopo aver pensato un attimo alla famiglia e alle cose importanti, penso alla domenica, con chi giochiamo noi e con chi ci è vicino in classifica. Da quel punto di vista sono ancora vivo. Però poi c’è una campanella, una clessidra. A luglio sono 34 anni, il conto arriverà, tra poco.

Domani torniamo a Ostia, spero di strapparti una promessa…
Non so che dirti, mi spaventi un pochino.

Mi chiedevo una cosa: ma dove sentiremo il canto del cigno calcistico di Daniele De Rossi? Sarai il capitano della Roma l’anno prossimo?
Non lo so. In questo momento penso che non sia neanche così tanto importante. Penso che ci siano stati momenti, scelte, stagioni, in cui era più difficile restare, era più difficile legarsi a questa maglia. È una storia d’amore durata talmente tanto ed è stata talmente bella che ridurla a finire un anno prima o un anno dopo, in questa città o un’altra, sarebbe secondo sbagliato.

Ho più di qualche dubbio dalle tue parole. Non trasmetti sicurezza.
Neanche insicurezza. Non sto meditando cose strane. È un momento in cui non ne sto parlando, ma ci sto pensando tanto. Sia a casa, che tra me e me, molte ore al giorno. Me lo dirà il mare. Qualcosa capirò e comunque sia c’è un rapporto solido, stretto, d’amore, che comunque non si interromperà. Queste parole potrebbero far pensare a un commiato anticipato, ma non è così, le sto dicendo a prescindere. Non sarebbe una tragedia per me, penso di aver dato tanto e aver ricevuto tantissimo.

Nelle tue valutazioni c’è anche il fatto che non devi più niente a nessuno. Hai massima libertà.
Io dovrò sempre tanto a tutti quanti qui a Roma, mi è stato dato veramente tanto affetto. Però ripeto, nell’ottica di una vita lunga, di una carriera da calciatore, un anno in più o in meno non ti fa la differenza. Poi dici, magari l’anno prossimo può essere quello buono alla Roma per vincere e tu magari te ne sei andato. Quelle sono storie di campo che non hanno a che fare con la scelta di legarsi a vita a una squadra così.

Se penso a quello che deve avere un allenatore della Roma, penso a un condottiero, a un campo. Ti devo una promessa strappata.
Dipende tutto dal capire se uno vorrà fare l’allenatore. L’allenatore è il lavoro più bello, ma anche il più brutto e duro nel nostro mondo. Le famiglie degli allenatori secondo me non vivono vite facilissime, c’è sempre il continuo spostamento. Immagino che una moglie che ha un marito allenatore debba condividere gioie, frustrazioni, lavori, pensieri. Se io penso così tante ore al calcio, figuriamoci un allenatore, mi sognerei le tattiche anche di notte. Bisogna prima capire se avrò io la forza e se avrò la forza di sottoporre alla mia famiglia ad una cosa del genere.

Fare l’allenatore per arrivare ad allenare la Roma?
Sarebbe una bella storia. Magari finirla, non vincere niente e poi vincere da allenatore. Promettiamocelo.

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