Dalla Moravia a Tor di Valle: il miliardario dell’Est che vuole lo stadio della Roma

Dalla Moravia a Tor di Valle: il miliardario dell’Est che vuole lo stadio della Roma

Radovan Vitek è a capo di un impero immobiliare e in affari con Unicredit. Ma nella Repubblica Ceca e negli Stati Uniti ha avuto guai giudiziari

di Redazione, @forzaroma

L’immobiliarista Radovan Vitek aderisce alla perfezione all’identikit del self-made man venuto dall’Europa dell’Est. L’aspirante costruttore del nuovo stadio dell’As Roma sui terreni di Tor di Valle, è cecoslovacco di nascita, essendo nato in Moravia 49 anni fa. Il suo Cpi property group (9,5 miliardi di euro di beni dichiarati al giugno 2019) dovrebbe rilevare in blocco le attività di Luca Parnasi da Unicredit.

Come racconta L’Espresso, l’Eurnova di Luca Parnasi non paga le rate di Tor di Valle dal marzo 2018 e ora la Sias di Gaetano Papalia, precedente proprietario dell’ex ippodromo, rivuole il terreno. L’atto della Sais (ruolo 6767/20), società fallita che ha ripagato tutti i suoi creditori, è stato depositato alla decima sezione del tribunale civile di Roma che a maggio si riunirà per affrontare la questione. La trascrizione all’Agenzia delle entrate significa che al momento Tor di Valle non è vendibile. L’accordo Sais-Eurnova è stato firmato nell’aprile del 2012: secondo il contratto, dopo sei mesi consecutivi di mancato pagamento dei 42 milioni di euro rateizzati, l’affare saltava. A spingere Sais all’azione è stato proprio l’immobiliarista venuto dall’Est.

E nel passaggio di mano Pallotta-Friedkin, Vitek è il terzo incomodo. Il ceco si presenta con credenziali molto solide e una biografia controversa. Oltre a essere il numero uno nell’immobiliare commerciale a Berlino e a Praga, ha un piede in pieno centro a Londra (St James’s Square), controlla la stazione sciistica svizzera di Crans Montana, dove risiede, ha immobili in Ungheria, Polonia e Romania, resort sul mare in Croazia, e anche in Italia non è niente affatto un esordiente. In ottimi rapporti con l’avventuroso collega romano Vittorio Casale, che in queste settimane sta cercando una mediazione con Papalia.

Il rovescio della medaglia – scrive ‘L’Espresso’ oggi in edicola – sono le liti giudiziarie negli Stati Uniti, in Svizzera e in Lussemburgo. Nell’aprile del 2019 gli ex soci di Vitek, hanno presentato una denuncia penale presso il Southern district of New York accusando il connazionale di avere messo in opera “un massiccio schema per defraudare i suoi partner” in modo da acquisire in segreto il controllo del gruppo attraverso teste di legno e schermi offshore sparsi da Cipro alle British virgin islands. “A volte il successo porta con sé sfide indesiderate. Riteniamo che le accuse di Kingstown siano infondate”, è il commento ufficiale di Cpi. Oltre ai problemi in territorio Usa, Vitek deve affrontare un’inchiesta della Cssf, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari in Lussemburgo, e una della magistratura elvetica.

L’irresistibile ascesa di Vitek è ricca di punti controversi ed eventi fantasiosi. Fra i primi, ci sono un paio di mesi passati in prigione nel 2004, per un’accusa di sfruttamento della prostituzione che si è rivelata infondata. Inoltre, i primi soldi Vitek li avrebbe guadagnati come barista proprio in Italia. Secondo altre fonti, il merito spetta all’importazione di coperte di lana dalla Germania dopo il crollo del muro di Berlino (1989). Vitek ha dichiarato di avere investito 50 milioni di corone (circa 2 milioni di euro), ricevuti dai genitori al momento del loro divorzio nel 1994 e se li è fatti bastare.

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