Da clown a killer: come Gervinho ha ritrovato se stesso

di Redazione, @forzaroma

(uk.eurosport.yahoo.com) Dopo ogni vittoria della Roma allo Stadio Olimpico risuona il trascinante inno “Grazie Roma”. Sin dalla sua uscita nel 1982 per celebrare lo scudetto del club di quell’anno è stata una delle canzoni che i tifosi della Curva Sud vogliono cantare il più possibile. Curioso come sarebbe diventata popolare anche tra i tifosi dell’Arsenal quest’estate. Quasi tutti hanno iniziato a dire “Grazie Roma” dopo che Gervinho era stato ceduto per 6,7 milioni di sterline. Erano così grati, quasi increduli, che alcuni ora rivorrebbero il giocatore e sarebbero disposti a pagare soldi, bei soldi, per riaverlo.

 

Nelle ultime due stagioni era diventato oggetto di scherno nel Nord di Londra. Un po’ per ridere inizialmente, ma poi è arrivata la consapevolezza che, oh no, la barzelletta era arrivata all’Arsenal. Dove un tempo c’era stato Thierry Henry, c’era questo ragazzo, Gervinho. Con ogni partita sbagliata, ogni chance bruciata, ciascuna dava indicazioni di come, almeno secondo alcuni, Arsene Wenger aveva perso il suo tocco, quello che vedeva un Arsenal quanto mai lontano da quello visto nella fine degli anni ’90 e i primi 2000, quando sulle fasce c’erano alcuni dei più tecnici giocatori che avessero mai giocato in Inghilterra e non solo.

 

L’esasperazione cresceva e con questa il risentimento. Spesso fischiato in casa, Wenger disse “c’è una mancanza di fiducia soprattutto all’Emirates”quando gioca Gervinho. “Ho sentito che negli ultimi sei mesi è stato molto difficile per lui esprimere il suo talento in modo sicuro”, ha spiegato. Wenger doveva prendere una decisione: “Devo farlo tornare quello di prima o ha bisogno di una nuova sfida per fargli riconquistare la fiducia persa?”. Gervinho ha deciso per sè: “sono voluto andare via – ha detto a L’Equipe – ho bisogno di giocare di più, soprattutto perchè c’è una Coppa del Mondo il prossimo anno”. L’ivoriano non ha apprezzato le dichiarazioni di Wenger riguardo al trauma che ormai provasse a giocare all’Emirates.“Questo è il suo parere – ha detto Gervinho – Non ho intenzione di metterlo in discussione. Mi ha offerto di andare via e l’ho fatto. Avrei preferito avere la sua fiducia, ma così non è stato. Ho molto rispetto per Wenger, ma un giocatore ha bisogno di giocare e della fiducia del proprio allenatore”.

 

Gervinho ne aveva bisogno: “Con Rudi Garcia ce l’ho” ha detto. Garcia lo aveva già allenato al Le Mans e poi al Lille. Il tecnico francese lo ha preso in attacco ogni volta che ha potuto,  quindi non avrebbe dovuto sorprendere che, anche alla luce del suo periodo nero all’Arsenal, il tecnico francese l’avesse chiesto al direttore sportivo Walter Sabatini non appena arrivato a Roma quest’estate.

 

Un elemento essenziale del suo Lille con Adil Rami, Mathieu Debuchy, Yohan Cabaye ed Eden Hazard, insieme ai quali ha vinto, due anni fa, il campionato e la coppa di lega, una prodezza che non riusciva al club dal 1946. Gervinho aveva realizzato 15 reti in Ligue 1 in quella stagione. Salì in doppia cifra anche in assist, quindi almeno sulla carta si poteva ben capire perchè Wenger lo volesse. Herny stesso disse che Gervinho “era fatto per giocare in Premier League”, come il suo compagno di nazionale Didier Drogba. Poco tempo dopo essersi legato all’Arsenal, all’ivoriano fu chiesto se fosse stato difficile lasciare Lille: “E’ stata dura soprattutto lasciare Rudi Garcia – risposte-. Lui ha bisogno ancora di me e io ho ancora bisogno di lui”. Riunito con il suo mentore, è come se non si fossero mai lasciati: “Abbiamo sempre detto che un giorno ci sarebbe piaciuto tornare a lavorare ancora una volta insieme – ha detto Gervinho -. C’è un rispetto reciproco. Lui sa come farmi rendere al massimo. Sa come rapportarsi con me quando gioco bene e quando non lo faccio. Lui è una persona che conosco e lui conosce me. Il mio adattamento a Roma sarà più facile”.

 

Il rapporto fra Garcia e Gervinho è un esempio del legame che alcuni allenatori hanno con alcuni giocatori. A differenza di Arsene Wenger, egli sa quali bottoni premere, come plasmarli. Già a Roma stiamo vedendo il Gervinho del Lille, non quello dell’Arsenal. Dopo aver segnato per la prima volta nel 2-0 rifilato alla Sampdoria nel turno infrasettimanale, sigillando la quinta vittoria consecutiva della sua squadra, la migliore nella sua storia, è stato l’uomo quasi per ogni giornale l’uomo partita con la sua prestazione domenica nella trascinante vittoria per 5-0 contro il Bologna all’Olimpico.

 

Gli ospiti non potevano arginarlo. “Per fermare Gervinho, hanno dovuto strappargli la maglietta”, ha scritto Massimo De Luca sul “Corriere della Sera”. L’immagine della serata è stata la maglietta ridotta in brandelli da un difensore che lo aveva trattenuto per la disperazione.

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