Un cambio di passo che può sembrare quasi miracoloso, ma che in realtà nasce da qualcosa di molto più concreto
Wesley, show post derby: a pranzo con la maglia della Roma. Tifosi in delirio
Anche la tempesta più grande, prima o poi, passa. Ci pensa il tempo a curare ferite, delusioni e passi falsi. Nel calcio come nella vita. Ma certe cadute bisogna viverle davvero, toccarle con mano, per capire quanta forza si ha dentro. E la Roma questa stagione l’ha vissuta tutta sulla propria pelle. Un’annata fatta di salite e discese continue: dall’entusiasmo del primo posto dopo Cremona fino al buio pesto della Pasqua milanese. Cinque gol subiti dall’Inter e sogni Champions ridotti al lumicino. Una botta durissima. Forse la peggiore. Eppure, proprio da quella notte, qualcosa è cambiato. Perché la lezione di Milano ha lasciato il segno. Da quella sconfitta, la Roma è rinata davvero. Di solito succede a Pasqua, ma la Roma non è mai stata una squadra normale. E ora vola sulle ali dell’entusiasmo: cinque vittorie e un pareggio nelle ultime sei partite, il derby vinto contro la Lazio e una rincorsa che oggi ha completamente cambiato il finale della stagione. Adesso i giallorossi sono tornati padroni del proprio destino: basta battere il Verona per riprendersi la Champions. Un cambio di passo che può sembrare quasi miracoloso, ma che in realtà nasce da qualcosa di molto più concreto.
L'addio di Ranieri
Ranieri non sarà mai un problema per la Roma. Lo dice la storia. È tornato più volte per togliere le castagne dal fuoco e, più di quindici anni fa, è andato a un passo dal regalare ai giallorossi il quarto Scudetto della loro storia. Ricordi ancora vivi, mai davvero sbiaditi. Ma pur sempre ricordi. E ora, invece, è il momento di scriverne di nuovi. Per farlo, alla Roma servono prontezza, serietà e soprattutto gioco di squadra. Sir Claudio, almeno all’inizio del suo nuovo ruolo da senior advisor, aveva provato a dare stabilità all’ambiente. Poi però non è riuscito a mettere tutto insieme. Non è nato quell’ecosistema forte e compatto con Gasperini, necessario per accompagnare davvero la crescita della squadra e fare il bene della Roma. Perché, come ricordato anche nel comunicato del club sul suo addio, la Roma viene prima di tutto. Sempre. E infatti, da quando Ranieri non è più al centro della società, i giallorossi sono volati: nei risultati, in classifica e soprattutto in campo. Oggi si avverte meno pesantezza attorno alla squadra. Meno ombre, meno rumore. Solo Gasperini, il gruppo e una direzione chiara. Forse, alla fine, è proprio questo ciò che conta davvero.
Il ritorno dei big
Le partite, a volte, si vincono anche al 90’. Con una punizione deviata, un pallone sporco, un gol di rapina buttato dentro con la fame più che con la tecnica. Ma una stagione no. Un campionato non perdona. Per restare lassù servono i giocatori veri, quelli che spostano il peso delle partite e degli equilibri. E la Roma li ha. Il problema è che, troppo spesso, li ha avuti soltanto a metà. A Trigoria gli infortuni non sono mai una sorpresa. Semmai, una compagnia fissa. E anche quest’anno hanno presentato il conto nei momenti più delicati della stagione. Dybala ormai fa quasi categoria a parte, ma le assenze di Koné e Soulé hanno tolto gamba, qualità e imprevedibilità proprio quando servivano di più. Gli stop di Wesley hanno tolto tanta qualità sulla fascia. Poi Ndicka, sparito quasi un mese per la Coppa d’Africa. Hermoso. Pellegrini. Angelino, visto troppo poco per essere davvero un fattore. Insomma, l’elenco è lungo. Abbastanza da capire perché la Roma, a un certo punto, abbia smesso di correre. Perché le big possono sopravvivere a un’assenza. Non a una stagione intera passata rattoppando falle.
E la Roma, per stare davvero al tavolo delle grandi, deve iniziare a vivere come una grande. Soprattutto nelle rotazioni, nella gestione e nella continuità dei suoi uomini migliori. Non è un caso che oggi, con quasi tutti di nuovo dentro, la squadra abbia cambiato faccia. Si segna di più, si gioca meglio e soprattutto si respira una sensazione che per mesi era sparita: il controllo. La Roma adesso sembra sapere quando accelerare, quando colpire e persino quando far male. Dybala accende la luce. Koné dà equilibrio e ordine - anche se la speranza è di rivederlo a Verona dopo l’ultimo stop - mentre Wesley porta quella ferocia che spesso era mancata. E poi c’è quel big (Malen) arrivato a gennaio, entrato in punta di piedi e diventato indispensabile nel giro di poche settimane. Forse, giorni. Ma certe cose, a Roma, meglio non dirle troppo presto. Perché il calcio sa essere crudele proprio quando inizi a sentirti arrivato. E alla Roma, prima di tirare il fiato, manca ancora un ultimo passo.
E poi c'è Gasperini
"La nostra forza è il gruppo", "Non credo che questa squadra vada ricostruita, ma rinforzata": pezzi di Gasperini lungo la stagione, parole diverse ma unite da un filo comune, quello della coesione. L’idea fissa di un allenatore che ha sempre visto la Roma come una squadra da compattare, prima ancora che da reinventare. Il tecnico piemontese ha vissuto stagioni migliori. È vero. Ma questo primo anno a Roma, al netto delle difficoltà, ha avuto una direzione chiara: quasi nulla è stato sbagliato nell’impianto, nel lavoro quotidiano, nella gestione del gruppo. Lo dicono i fatti. Lo dice il tempo. E lo dice anche quella gioia, quasi liberatoria, sotto la Sud dopo il derby vinto. Gasperini non si è mai preso la scena per una singola vittoria. Ha sempre spostato il peso sul collettivo, sul gruppo, su una squadra rimasta compatta anche quando attorno regnava il caos. Ed è qui che passa la differenza: la Roma ha retto perché ha trovato un punto fermo, una responsabilità condivisa, una guida che si è presa cura dei suoi giocatori prima ancora che dei risultati.
Perché il tecnico non chiede una Roma nuova. Ma una più forte, partendo da quella che c'è già. Migliorata, non stravolta. Poi, ha chiesto fiducia, attenzione da parte della società e soprattutto unità di intenti. Tutti nella stessa direzione. E lo ha ripetuto più volte, senza mai cambiare tono. Apprezza, in questo senso, anche i primi passi della proprietà verso il gruppo: segnali di vicinanza, di coinvolgimento, di presenza. Perché Gasperini si fida dei suoi. Lavora con ciò che ha e lo valorizza. È sempre stato così. E se la Roma oggi è ancora in piedi, se è rimasta agganciata alla stagione anche nei momenti più complicati, una parte importante del merito è sua. L’uomo che ha tenuto la nave in rotta quando la corrente tirava dalla parte opposta, quando il rischio era quello di perdere tutto. Tre anni si è dato per costruire e vincere. Il primo è andato. Ne restano due. E la sensazione è che la Roma abbia deciso di seguirlo davvero. Fiducia a Gasperini: l’uomo che ha tenuto i remi di una nave che sembrava pronta ad affondare.
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