Bencivenga: “De Rossi è un uomo vero. Dopo il ritiro lo vedo allenatore”

L’ex allenatore delle giovanili della Roma ha parlato in un’intervista in occasione delle 400 presenze in serie A del numero 16 giallorosso

di Redazione, @forzaroma

Mauro Bencivenga, ex allenatore nelle giovanili giallorosse che ebbe tra le sue fila anche Daniele De Rossi, è stato intervistato da Roma Radio. Ecco le sue parole:

Ci racconta quel periodo, quei momenti con Daniele?
“È sempre bello ricordarli, stamattina gli ho mandato un messaggio. Sono emozionato, mi emoziono sempre quando sento di Daniele, ho un ricordo fantastico di lui e di tutti quanti. Daniele è quello che è arrivato più in alto di tutti, sono più coinvolto. Ho un ricordo stupendo, bello spensierato, erano anni fantastici, ho passato 12 anni meravigliosi. Lui era sempre sorridente, scherzoso, io mi arrabbiavo e a volte lo trattavo anche male, potevo permettermelo perché eravamo amici con Alberto. Era quasi famiglia. Da me accettava tutto, anche le cose peggiori, sempre col sorriso. Aveva capito che quello che gli dicevo serviva per spronarlo. All’inizio aveva grosse difficoltà, non aveva raggiunto un equilibrio né mentale, né fisico, con gli Allievi non giocava. Aveva carattere, si metteva in prima fila degli allenamenti per dimostrarmi che sbagliavo, ma ho fatto sempre le scelte giuste. Sulla scelta del ruolo, trovo normale che un allenatore delle giovanili debba avere fiuto. Sono felicissimo, ogni volta che mi menzionate, io sto invecchiando, sto tornando indietro come un bambino, mi emoziono per tutti, mi rendono felice. Sono di una felicità, di una emozione stupenda”.

Cosa pensa di questa fase della carriera di De Rossi?
“Lui il cuore e il carattere li ha avuti sempre, è uno che sa reagire, è un uomo vero e come tutti gli uomini veri può commettere errori. L’ho rivisto in nazionale come piace a me, ha pressato anche il portiere. Lui le capisce, deve capire che il lavoro è sempre importante e soprattutto gli dicevo sempre del circuito elettrico che è il cervello. Si rende conto che più passano gli anni più un atleta deve lavorare. Sicuramente lui lo fa e i risultati si vedono”.

Quando dovrà smettere, come se lo immagina?
“Mi auguro che si metta al servizio dei giovani, che i miei ragazzi diventino tecnici. Qualcuno già lo fa, io lavoro alla Lupa Roma, sono il direttore della scuola calcio e responsabile del settore giovanile, qualcuno l’ho portato con me a fare l’allenatore. Lui è un predestinato, secondo me può fare l’allenatore. Poi va chiesto a lui”.

Oggi ci sarà Simone Pepe.
“Lui e Aquilani sono ragazzi che ho avuto. Di Simone ho un altro bel ricordo, un ragazzo fantastico, mattacchione, umile. Lavorava sempre, poi ci siamo rincontrati con la Juve. Questi erano i miei sogni e si sono avverati. Pregavo sempre di vederli giocare in Serie A e in nazionale, pertanto sono felicissimo. Ho lavorato alla Roma, le voglio bene come una mamma. 12 anni indimenticabili”.

Ricordi del campo delle Tre Fontane?
“Ah, che bello! Lì io ho lavorato con gli ’80, con i Blasi, i De Vezze, i Ferri. Ho un ricordo, mamma mia, meraviglioso! Nel periodo primaverile non mi piaceva restare al campo e li portavo nei prati perché mi piaceva questo senso di libertà, sfruttavamo delle salite per fare le ripetute. Giocavamo le partitine in mezzo agli alberi e i palloni rimanevano incastrati: loro dovevano salire sopra, il primo che saliva batteva il fallo laterale da lì. Uno spettacolo, ancora me lo dicono e ci facciamo grandi risate. Quando giocavo la domenica, il rugby il giorno prima ci distruggeva il campo, ma ha un sapore particolare per la Roma e per tutti”.

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