Amedeo Amadei compie 90 anni: “Bella questa Roma giovane, ma occhio a non montarsi la testa”

di Redazione, @forzaroma

L’ottavo Re di Roma viene da Frascati ed il 26 di questo mese compirà 90 anni. Prima di Paulo Roberto Falcao e Francesco Totti il titolo che ogni idolo giallorosso si trasmette è stato infatti di Amedeo Amadei, l’attaccante detto il ‘fornarettò per via della professione di famiglia.

Il suo primo ingaggio fu un impermeabile ma poi, nel 1942, divenne l’artefice del primo scudetto romanista, «il più bel ricordo dei miei primi 90 anni». Nel 2001, quando Amadei ne compì 80, a Frascati fu festa grande, con tanto di consegna di medaglie e banda in piazza, stavolta non sono previsti eventi particolari, «ma solo una grande festa in famiglia – racconta Amadei – con i miei tre figli, nipoti e pronipoti, e anche il sindaco perchè è un mio amico. Sarà emozionante». Ne aveva solo 15 di anni Amadei quando, nel 1936, arrivò a Testaccio, il campo di cui poi fece la storia («aveva un terreno bellissimo, a schiena d’asino»). Ma quel primo giorno, «feci il provino arrivando in bicicletta e senza dire niente ai miei, che altrimenti non mi ci avrebbero mandato. Mi ricordo anche che al ritorno bucai, e mi diedero un passaggio su un carretto».

 

Fu subito ingaggiato («e feci in tempo a giocare con Fulvio Bernardini»), la prima volta che venne pagato prese 450 lire («ma nell’anno dello scudetto me ne diedero 1800, più un premio speciale per il tricolore») e a 15 anni e 9 mesi divenne, record tuttora imbattuto, il più giovane esordiente in assoluto nella massima serie. «Ci tengo molto spero che non lo battano», commenta secco. Veloce, in possesso di un’ottima coordinazione che gli permetteva di controllare il pallone anche in spazi ristretti, Amadei era anche dotato di un tiro al fulmicotone. Di lui si dice che con le sue doti avrebbe fatto bella figura anche nel calcio di adesso, «ma sono paragoni che non si possono fare, parliamo di epoche troppo diverse».

Nell’anno del tricolore, con l’Italia già in guerra, fu decisivo segnando 18 gol in 30 partite, ma nemmeno quelle prodezze convinsero Vittorio Pozzo a chiamarlo in nazionale: il ct continuò, ostinatamente, a preferirgli altri attaccanti: «diciamo che c’era una certa preferenza per quelli delle squadre del nord».

C’è una cosa che, anche adesso, dà fastidio al ‘fornarettò (eletto consigliere comunale a Roma nel 1952 con ben 17.231 preferenze): sentir dire che la conquista di quel primo scudetto romanista venne agevolato dal Regime, se non dal Duce in persona. «Sono tutte storie – dice adesso -. Noi ci siamo resi conto dopo appena dieci partite che quell’anno eravamo forti e avremmo potuto vincere il campionato. Avevamo grandi giocatori come Masetti e Coscia, altro che il Duce. E poi i gerarchi erano tutti laziali, e a vedere la Roma veniva il popolo». La Roma la segue anche adesso, «da tifoso», e guarda con curiosità alla svolta americana («ma finora si sono fatte troppe chiacchiere») ed al ‘largo ai giovanì: «spero che funzioni, ma con loro bisogna fare attenzione perchè si montano facilmente la testa».

Per il suo 90/mo compleanno Amadei non vuole farsi regali particolari. «Ma sono certo – dice – che quel giorno ripenserò con orgoglio non solo a quanto ho fatto sul campo ma soprattutto nella vita, ed a come sono stato bravo a rialzarmi dopo gli schiaffi che mi ha dato. Nel 1943 gli americani bombardarono Frascati, e distrussero il forno che avevamo e la mia casa: la guerra mi aveva portato via tutto, ma sono stato forte e mi sono rialzato. Anche nel calcio, proprio in quello stesso periodo, ero ‘andato per terrà: mi avevano squalificato a vita per una cosa che non avevo fatto (un calcio ad un guardalinee dato in realtà dal compagno Dagianti n.d.r.), ma poi Dio mi ha aiutato, sono stato riqualificato e ho ripreso a giocare e segnare. Per questo ora posso essere soddisfatto di fronte ai miei figli». La Roma dovette venderlo (lo voleva il Grande Torino ma andò all’Inter, che gli offrì 10 milioni di lire per due anni, e poi al Napoli), però Amadei rimase sempre il ‘sovranò della gente di Testaccio, «e infatti la Roma sarà sempre nel mio cuore».

(ANSA)

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