Analizzando gli ultimi sviluppi giuridici e legislativi del provvisorio «Accordo di associazione» tra l’Unione Europea e Kiev, il calciatore ucraino potrebbe essere tesserato dalla Roma come comunitario
L’ormai imminente cessione di Mattia Destro al Milan spinge Sabatini a cercare in questa finestra di mercato un altro attaccante che ricopra il ruolo scoperto. L’ipotesi più accreditata sarebbe quella dell’acquisto di Luiz Adriano dello Shakhtar Donetsk, un centravanti per un centravanti, ma il direttore sportivo giallorosso ha da tempo manifestato grande interesse anche per un altro calciatore che milita nello stesso campionato del brasiliano, l’ucraino Yevhen Konoplyanka, esterno offensivo classe 1989 del Dnipro. Uno quindi brasiliano, l’altro ucraino, entrambi sulla carta extracomunitari. E la Roma ha a disposizione solo una casella per il tesseramento di giocatori di Paesi non facenti parte dell’Unione Europea.
Ma Konoplyanka potrebbe essere tesserato come comunitario? È probabilmente questa la domanda che si stanno ponendo da giorni a Trigoria per cercare di capire se l’acquisto possa andare in porto senza occupare il “prezioso” posto da extracomunitario.
A giudicare gli ultimi sviluppi legislativi e dai precedenti giuridici sembrerebbe di sì.
Il 16 novembre dello scorso anno sia il Parlamento Europeo ((14011/2013–C8-0106/2014– 2013/0151B(NLE)) che quello dell'Ucraina (Verkhovna Rada) hanno votato risoluzioni che consentono un’applicazione provvisoria dell’ «Accordo di associazione» tra l’Unione Europea e Kiev.
L’accordo di stabilizzazione e associazione (Stabilisation and Association Agreement) è il primo passo che devono compiere i Paesi europei non appartenenti all'Unione europea per poter entrarne a far parte.
In particolare il parlamento di Strasburgo ha votato un progetto di risoluzione legislativa «concernente il progetto di decisione del Consiglio relativa alla conclusione, a nome dell'Unione europea, dell'accordo di associazione tra l'Unione europea e la Comunità europea dell'energia atomica e i loro Stati membri, da una parte, e l'Ucraina dall'altra, per quanto riguarda le disposizioni concernenti il trattamento dei cittadini dei paesi terzi legalmente assunti come lavoratori subordinati nel territorio dell'altra parte».
Come si legge nell’abstract dell’atto, “dal momento che nel luglio 2014 il Consiglio ha stabilito di suddividere la conclusione dell'accordo di associazione UE-Ucraina in due decisioni – una concernente l'accordo di associazione, ad esclusione delle disposizioni relative al trattamento dei cittadini di paesi terzi, e l'altra concernente le disposizioni relative al trattamento dei cittadini di paesi terzi legalmente assunti come lavoratori subordinati nel territorio dell'altra parte, contenute nell'articolo 17 dell'accordo – sostenendo che queste ultime ricadono nell'ambito di applicazione della parte terza, titolo V, del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (articolo 79, paragrafo 2, lettera b), l'approvazione dell'articolo 17 dell'accordo da parte del Parlamento europeo rientra tra le competenze della sua commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE)”
E la relazione afferente il voto europeo riguarda per l’appunto “soltanto l'articolo 17 dell'accordo, che sancisce gli obblighi specifici relativi al trattamento dei cittadini di paesi terzi legalmente assunti come lavoratori subordinati nel territorio dell'altra parte. Una risoluzione separata concernente le altre disposizioni dell'accordo sarà adottata in parallelo dalla commissione per gli affari esteri”.
L’articolo 17 dell’accordo disciplina la fattispecie del trattamento dei lavoratori. Nello specifico recita al comma 1 che “Secondo le leggi, condizioni e procedure applicabili negli Stati membri e l'Unione europea, il trattamento accordato ai lavoratori cittadini ucraini e che lavorano legalmente nel territorio di uno Stato membro sono esenti da qualsiasi discriminazione basata sulla nazionalità per quanto riguarda le condizioni di lavoro, di retribuzione o di licenziamento, rispetto ai cittadini di tale Stato membro”.
Altrettanto interessante per quanto ci riguarda il successivo articolo 18 afferente la mobilità dei lavoratori: “Tenendo conto della situazione del mercato del lavoro negli Stati membri, soggetto alla legislazione e nel rispetto con le norme in vigore negli Stati membri e l'Unione europea in materia di mobilità dei lavoratori: (a) le agevolazioni esistenti per l'accesso all'occupazione dei lavoratori ucraini accordate dagli Stati membri nel quadro bilaterale accordi dovrebbero mantenere e, se possibile, un miglioramento; (b) gli altri Stati membri esaminano la possibilità di concludere accordi analoghi. 2. Il Consiglio di associazione esamina la concessione di altre disposizioni più favorevoli in altri settori, comprese le possibilità di accesso alla formazione professionale, in conformità con le leggi, condizioni e procedure in vigore negli gli Stati membri e nell'UE, e tenendo conto della situazione del mercato del lavoro negli Stati membri e in UNIONE EUROPEA”.
In buona sostanza la previsione dell’impianto normativo di associazione statuisce che i lavoratori ucraini non possono essere passibili di trattamenti diversi rispetto ai lavoratori comunitari; e quindi, teoricamente, un calciatore (lavoratore) ucraino non può essere inquadrato in uno status giuridico diverso da quello comunitario.
L’incertezza sulla materia riguarda invero solo l’applicabilità dell’accordo stesso che deve essere ratificato da tutti e ventotto gli stati membri dell’Unione e al momento sono pochi quelli che lo hanno già sottoscritto; tuttavia il regime di “provvisoria applicazione” dovrebbe dissipare ogni dubbio al riguardo.
Invero, in passato non sono mancati esempi di attribuzione dello status comunitario a giocatori provenienti da Paesi non membri dell’Unione Europea.
Citiamo su tutti proprio l’ucraino Andrjy Shevchenko passato nel 1999 al Milan dopo una vera e propria battaglia legale con la Federcalcio italiana conclusasi con un comunicato stampa emesso dalla storica sede di via Turati che annunciava «l’equiparazione del calciatore ucraino ai calciatori comunitari tesserati per le società italiane». La richiesta fu accolta «in applicazione sia dell’accordo di Partenariato tra l’Unione Europea e l’Ucraina, sia del disposto del T.U. 286/98» (“Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”).
Non fu soltanto il forte attaccante milanista a infoltire la lista ma anche giocatori cechi (Nedved, Repka, Jranek), marocchini (Neqrouz e Saber), i romeni Mutu e Tudor e il turco Hakan Sukur.
All’epoca di Shevchenko l’Ucraina era inquadrata solo a livello di "partner" dell’Unione Europea, un livello più basso di quello di “associato” ma, come si legge nello stesso sito della Uefa ripreso da un articolo del 2001 della Gazzetta dello Sport, «sufficiente perchè i cittadini siano considerati nel campo del lavoro e dei rapporti sociali come appartenenti dell’Unione».
Insomma l’arrivo di Konoplyanka potrebbe essere agevolato proprio dallo status di comunitario.
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