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La Gazzetta dello Sport

Il volo Atalanta, la rincorsa Roma: Gasperini-Mou è sfida fra guru

Getty Images

Oggi il nerazzurro cerca un altro allungo per il sogno scudetto, ma il giallorosso deve restare in corsa per la zona Champions

Redazione

Si ritroveranno faccia a faccia dopo oltre dieci anni. Un periodo lungo dentro al quale per Gasperini e Mourinho sono successe tante cose, scrivono Andrea Elefante e Andrea Pugliese su La Gazzetta dello Sport. Tre difensori, due esterni “totali”, tre giocatori offensivi (non per forza punte pure), almeno altri due con la porta in testa: i principi, non immutabili, del calcio di Gasperini. La linea a tre è il modulo di riferimento da sempre, come la libertà-dovere data ad uno dei centrali (oggi generalmente Toloi) di salire per appoggiare lo sviluppo del gioco e creare superiorità. L’atteggiamento tattico offensivo è dettato dalle caratteristiche dei giocatori scelti: un trequartista e due punte (facilmente larghe), due trequartisti e una punta centrale, oppure un tridente con esterni quasi sempre a piede invertito che a volte diventa anomalo, nel senso che uno dei due può essere una punta centrale che cerca l’area partendo da posizione più defilata. E’ questa variabilità (di soluzioni e di posizione dei giocatori) la forza di Gasperini: ogni volta che ha annusato il rischio-prevedibilità, o si è trovato in emergenza (vedi 4-2-3-1, usato anche in corsa per un atteggiamento extra offensivo) il tecnico ha inventato accorgimenti nuovi. La difesa a quattro è sempre stato il marchio di fabbrica, di Mourinho. O quasi sempre. Su quell’allineamento difensivo, però, ha costruito gran parte dei trionfi. E da lì, dal 4-2-3-1, è partito anche a Roma, tranne poi dover cambiare in corsa a causa dei tanti infortuni. Così nel buio di Venezia è nata un’altra Roma, con la difesa a tre e quel 3-5-2 che ha valorizzato alcuni giocatori e dato più equilibrio alla squadra. "Mi piace giocare a tre, ma non a cinque", ha detto Mou. Tradotto, va bene la difesa a tre, ma gli esterni devono essere due che vanno, che fluidificano. Ecco perché El Shaarawy era perfetto a sinistra ed ecco perché Karsdorp non riposa mai a destra. Con il 3-5-2, poi, Mou ha dato anche una spalla ad Abraham, facendolo così sentire meno solo davanti e togliendogli parte del peso e della responsabilità dell’attacco. E ha ridato nuova vita a Mkhitaryan, che da mezzala palleggia e distribuisce gioco, da trequartista esterno nel 4-2-3-1 era invece costretto a quei rientri difensivi che lo annebbiavano.