Roma appesa a Luis

di Redazione, @forzaroma

(Il Messaggero – U.Trani) – «Ci sono solo due possibilità: rimanere o andare via. Ma io so chiaramente quello che farò. Al cento per cento».

Luis Enrique, prima di mettersi in viaggio per Verona, si diverte a creare un po’ di suspence sul suo futuro. Oggi pomeriggio, al Bentegodi, la Roma affronta il Chievo nell’anticipo della terzultima giornata. Ma più che il finale di campionato, con i giallorossi settimi e a 4 punti dalle quattro terze, a interessare è il destino dell’asturiano. Lucho lo sa e, forte dell’appoggio di Franco Baldini che non lo lascia solo nemmeno per un secondo, sposta qualche nuvola di mistero sopra la sua testa. «Ho detto tante volte di essere un allenatore diverso, magari perché sono il più scarso della serie A, e visto che sono differente, quando arriverà il momento dirò quello che penso. Prima parlerò con la società, dirò tutto quello che è successo in questa stagione, faremo le nostre valutazioni e io prenderò la mia decisione». Quest’ultima frase, più di altre, potrebbe essere la più indicativa. Ai dirigenti non ha comunicato nulla, anche se il dg qualcosa di sicuro già sa, ma la sensazione è che non abbia alcuna voglia di chiamarsi fuori. Se lo farà, è solo perché si considera elemento negativo, avendo gran parte dei tifosi contro, per il futuro del club. L’orgoglio insomma non c’entra. «Non ho detto niente perché una volta che uno dice una cosa dopo cinque minuti si sa in tutto il mondo». Luis Enrique spiega di non aver informato i giocatori su quanto accadrà per non mettere in piazza la sua decisione con largo anticipo. Del resto anche la formazione la serve al gruppo solo un’ora prima della partita.

Qui, contro il Chievo, la Roma non ha mai perso. Per sperare nella rimonta, deve difendere l’imbattibilità, anche se fuori casa è conta 12 ko (10 in campionato). «Temo la squadra di Di Carlo: ha fatto una buona annata, grazie a un sistema consolidato. Mi auguro che la Roma ripeta la prova di sabato contro il Napoli e non quelle viste in precedenza. Noi in trasferta siamo in difficoltà, ma se vinciamo contro il Chievo avremo più chance per battere il Catania e il Cesena. Questo torneo è così equilibrato che non possiamo sapere chi arriverà quinta. Ma noi dobbiamo migliorare le nostre prestazioni». «Adesso avere rimpianti, però, non serve nulla». Prova a guardare avanti, ma non può non voltarsi indietro. «Abbiamo sprecato tante opportunità. È successo qualche volta di troppo ed è un peccato pensare che senza qualche errore ed essendo più forti in queste partite, saremmo stati lì. Ma a questo punto uno ha quello che si merita. L’obiettivo era fare il meglio possibile con un gioco diverso. Non mi aspettavo tanti alti e bassi, non mi sono piaciute certe figuracce. Ma di questo discuteremo dopo». Parla da allenatore della Roma. Fino in fondo. In questo senso dà l’impressione di non volersi chiamare fuori dal progetto. Perché si schiera apertamente al fianco del suo gruppo. «La cosa che mi dispiace di più è l’atteggiamento dei tifosi nei confronti della squadra: loro pensano che non ce l’abbiamo messa tutta, ma non è così. E non è bello sentire che ai giocatori manchi il carattere. Non ci siamo espressi al nostro livello, perdendo troppe gare, ma abbiamo sempre giocato per vincere. È il rischio che mi assumo io, da sempre». In più dà indicazioni per il futuro. È come se si rivolgesse a Baldini e Sabatini: «Con i ventenni, anche se hanno molta qualità, bisogna avere pazienza. Non è giusto fischiarli. Sono ragazzi appena arrivati in una nuova squadra e in nuovo paese. Parlo di Pjanic, Bojan, Cote, Lamela, Borini, Piscitella, Viviani, Tallo e Kjaer. Tra quattro-cinque anni questi giocatori faranno grande la Roma: sono sicuro, sicurissimo».

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