Roma, non si fanno prigionieri: è Pedro l’ultima vittima del rigido Fonseca

Nel suo anno e mezzo nella Capitale il tecnico non ha risparmiato piccate esternazioni nei confronti di nessuno, dai migliori della rosa ad agenti e dirigenti

di Iacopo Erba

Non è un mistero che a Paulo Fonseca non dispiaccia rimarcare il possesso del bastone del comando. E’ quasi una necessità istintiva quella del tecnico portoghese, che nel corso del suo anno e mezzo abbondante sulla panchina della Roma si è spesso fatto sentire con una invidiabile convinzione. Il tutto grazie anche a una società che, pur avendolo a volte lasciato solo, non lo ha mai ripreso per le sue esternazioni.

L’ultima “vittima” del carattere spigoloso del portoghese è stato Pedro, redarguito animosamente durante la gara con lo Shakhtar e sostituito qualche minuto dopo un alterco piuttosto acceso in campo. “Non ha capito ciò che gli avevo chiesto” ha glissato Fonseca, che qualche settimana fa aveva catechizzato proprio l’ex Barcellona nel prepartita della sfida con la Fiorentina dopo averlo relegato in panchina. In attesa di eventuali strascichi, quello di ieri è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi.

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Da Florenzi al caso Dzeko: sono i leader dello spogliatoio i più bersagliati dal tecnico

 

Malumori e prese di posizione risalgono già alla stagione scorsa. E’ stato Florenzi il primo a scontrarsi con l’intransigenza tattica ed emotiva di Fonseca. “Volevo tenerlo, è stato lui a scegliere di andarsene” giura il tecnico, che non ha però mai fatto i salti mortali per opporsi a una partenza programmata e già ampiamente metabolizzata.

Sorprende la sua intransigenza nei confronti dei giocatori migliori, o comunque più rappresentativi. Primo esempio la strigliata dello scorso anno all’indolente Zaniolo (“Il suo atteggiamento non mi è piaciuto, Mancini ha fatto bene a rimproverarlo”). Ha fatto storia ovviamente anche il caso Dzeko, da tre anni sulla lista dei partenti, che ha perso la fascia di capitano e il posto da titolare. Fonseca ha sempre tenuto il punto e, alla fine, ha avuto la meglio. Scegliendo ciò che per lui (e per chi è al vertice della piramide, evidentemente) è giusto, anche a costo di depotenziare la squadra sul campo.

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Ds, agenti e stampa: Fonseca non fa sconti

 

La società, dicevamo. Non è un mistero che, sia con Pallotta che con Friedkin al vertice, il personaggio del Fonseca fumantino abbia sempre fatto piuttosto comodo a Trigoria. Il portoghese, va riconosciuto, non ha guardato in faccia nessuno. Ne ha fatto le spese per primo Petrachi, poi licenziato: “Ho un buon rapporto con Gianluca, ma nello spogliatoio comando io”, la replica secca dell’allenatore all’allora ds dopo la sua invasione di campo a Reggio Emilia. Un ruolo, quello del direttore sportivo, a lui particolarmente caro, tanto da spingerlo a più riprese a esortare chi di dovere a coprire la poltrona vacante prima dell’arrivo di Tiago Pinto.

Toni veementi anche nei confronti di Daniele Piraino, agente di Diawara, che ha chiesto a inizio anno più spazio per il suo assistito: “Se pensa di impressionarmi, ha sbagliato”. Non risparmiata neppure la stampa, soprattutto dopo l’apparizione sui giornali di una presunta sfuriata della proprietà nei suoi confronti dopo la debacle di Napoli“Ho rispetto per i giornalisti, ma questa è una grande bugia”. Quello della Roma, insomma, è un comandante che difficilmente torna sui propri passi in maniera definitiva. Rigidità che, in attesa dei bilanci di fine stagione, aiuta per il momento a tenere tutti sulla corda.

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