Il déjà vu giallorosso: belli, forti ma secondi. Soltanto una sequenza di “casi”?

di finconsadmin

(di Alessio Nardo) Quanti indizi possono costituire una prova effettiva? Due, tre, quattro. O forse più? Chissà. Gli indizi, comunque, restano un elemento assai prezioso al fine di un’indagine ben accurata e produttiva. Noi da questo vogliamo partire. Dagli indizi. Che sono tanti. Dieci anni di campionati: dal 2003-2004 ad oggi. Dieci anni di Roma altalenante. A volte bella, altre molto meno. Ai giallorossi è capitato più volte d’esser forti. Fortissimi. Eppure, dal 2003, il benedetto quarto scudetto non è mai arrivato. Ci siamo però “goduti” cinque secondi posti (compreso quello “a tavolino” del 2005-2006) che al 99% diventeranno sei nel giro di un mesetto.   Questo, nonostante i giallorossi di Garcia abbiano disputato un torneo fantastico. Ben 79 squillanti e rotondi punti, che negli ultimi due campionati, alla trentatreesima giornata, avrebbero garantito un primo posto solidissimo. Quest’anno no. C’è la Juve di Conte che, in caso di vittoria stasera ad Udine, balzerebbe a quota 87 (+8 sui giallorossi), con la possibilità aritmetica di tagliare il traguardo dei cento punti a fine anno. Sarebbe il record assoluto della storia della Serie A. E non è un caso che si parli di primati “assoluti” di altre squadre quando di mezzo c’è la Roma a giocarsi qualcosa d’importante. Il nostro è un viaggio lungo e bisogna farlo partire dall’inizio. Ergo, dal campionato 2003-2004.   Campagna acquisti imponente, squadra fortissima. L’ossatura del terzo tricolore con l’aggiunta dei vari Panucci, Dacourt, Cassano e degli ultimi arrivati Chivu, Mancini e Carew. Girone d’andata da favola, +6 sul Milan di Ancelotti a Natale. Poi? Lo scontro diretto all’Olimpico del 6 gennaio, perso per 2-1. E l’inizio di una cavalcata rossonera pazzesca, che ha tra le tappe fondamentali il pareggio contro il Chievo per 2-2 (sette misteriosi minuti di recupero concessi e definitivo gol di Shevchenko proprio al 97′) e la vittoria per 1-0 con l’Empoli grazie ad un rigore improbabile comminato ai rossoneri e trasformato da Pirlo. Sino al secondo scontro diretto, quello del Meazza datato 2 maggio. Con un clamoroso penalty non fischiato dall’arbitro Messina alla Roma (sul risultato di 1-0 per il Milan) per fallo di mano straevidente di Shevchenko in area sugli sviluppi di un calcio di punizione di Totti. Un rigore netto, non assegnato senza alcun motivo. O forse il motivo è semplice: vietato rovinare la festa del Diavolo, che proprio quel giorno (vincendo alla fine di misura) si laurea campione d’Italia, firmando il record di punti della storia della Serie A a diciotto squadre (82, frutto di 25 vittorie, 7 pareggi e 2 sconfitte). Unico tricolore vinto da Ancelotti sulla panchina del Milan.   Un caso, solo un maledetto caso. Giusto? Una Roma del genere, con i suoi 71 punti (solo quattro in meno rispetto al torneo del terzo scudetto) avrebbe vinto il campionato nove volte su dieci. Ma quell’anno andò male. Pazienza. Qualche stagione dopo: epopea spallettiana. E’ il 2006-2007 e la Serie A è a venti squadre. I punti in classifica dei giallorossi a fine anno sono addirittura 75 (esattamente quelli che valsero nel 2001 la conquista del tricolore), ma l’Inter di Mancini riesce a fare qualcosa di irreale. Punti? 97, con la bellezza di 17 vittorie consecutive. Praticamente un girone intero di partite vinte. Gli scontri diretti dicono però che la Roma non è inferiore. Anzi. La sfida di San Siro del 18 aprile, con l’Inter ad un passo dal tricolore aritmetico, vede i giallorossi trionfare per 3-1, con due gol in extremis di Totti e Cassetti successivi all’1-1 di Materazzi su rigore inesistente (storico tuffo di Adriano sull’uscita in area di Doni). In Coppa Italia arriva la storica umiliazione nerazzurra: sconfitta per 6-2 all’Olimpico. Eppure il campionato alla fine parla di ben 22 lunghezze di differenza tra le due squadre. Stranezze, ma fino ad un certo punto. Dopo il crollo (provvisorio) della Juve post calciopoli, un certo tipo di scettro è evidentemente passato di mano. E lo si capisce ancor di più un anno dopo.   2007-2008, il campionato mai dimenticato. La Roma è ancora più forte dell’anno precedente. Gioca un calcio moderno, sa essere bella e cinica allo stesso tempo. Ricorda molto l’attuale armata di Garcia. I punti a fine anno sono addirittura 82: è il record assoluto della storia giallorossa. Ma davanti c’è chi riesce a farne 85. La solita Inter, che nell’anno del centenario viene “premiata” con oltre dieci episodi arbitrali clamorosamente a suo favore. Ne citiamo alcuni: un colpo di testa in area del parmense Fernando Couto trasformato in fallo di mano da rigore (sul 2-1 in favore dei ducali, gara poi vinta dall’Inter per 3-2), un altro penalty farlocco concesso in Inter-Empoli per inesistente mani in area di Vannucchi (sullo 0-0), un clamoroso gol in fuorigioco realizzato da Cambiasso a Catania (sullo 0-0). Per non parlare dello scontro diretto del Meazza datato 27 febbraio ed arbitrato dal signor Roberto Rosetti di Torino: l’interista Burdisso, già ammonito, graziato per un fallo assassino ai danni di Taddei e Mexes espulso invece in seguito per due gialli più che severi. Dalla giusta superiorità numerica giallorossa all’ingiusto uomo in più per i nerazzurri: 1-1 con pari di Zanetti in extremis e +9 in classifica, poi ridotto gradualmente sino allo scempio dell’ultima giornata, con Catania-Roma disputata su un campo di battaglia ed i ragazzi di Spalletti minacciati da un esercito di gentiluomini a bordo campo. Oltre a Parma-Inter, la gara decisiva poi risolta da Ibrahimovic, che vede una massiccia presenza di tifosi nerazzurri all’interno del settore ospiti nonostante la teorica chiusura dello stesso per motivi di ordine pubblico. Regole infrante, ma tant’è. Dov’è il problema?   Una storia, quella con l’Inter, che è durata parecchio. Anche troppo. Annata 2009-2010, altro splendido campionato della Roma, guidata in panchina da Claudio Ranieri dopo le dimissioni di Spalletti ad inizio stagione. Una marcia trionfale arricchita da 24 risultati utili consecutivi, che tuttavia non basta (strano, vero?) per portare a casa il trofeo più ambito. I punti a fine anno sono 80, di nuovo tantissimi. Ma l’Inter di José Mourinho ne fa 82. Vero, la Roma getta via il campionato perdendo con la Sampdoria a quattro giornate dalla fine, ma è anche giusto (per dovere di cronaca e di…memoria) ricordare i due rigori sacrosanti non concessi ai giallorossi nel primo tempo sul risultato di 1-0 (mani di Zauri in area e fallo di Gastaldello su De Rossi). Le cose forse sarebbero andate diversamente, e Pazzini non sarebbe diventato l’eroe per eccellenza degli antiromanisti. Per non parlare, anche lì, dello scontro diretto con l’Inter giocato all’Olimpico il 27 marzo. Vinto sì dai giallorossi per 2-1, ma il momentaneo pari di Milito resta di difficile archiviazione. Ci riferiamo al gol, ebbene sì, con tre interisti (non uno) in posizione di fuorigioco sugli sviluppi dell’azione stessa. Arbitro? Morganti. E poi, dulcis in fundo, lo spettacolo indegno di Lazio-Inter, con i tifosi biancocelesti lasciati liberi di minacciare i propri calciatori, intimando loro di consegnare le armi. Detto fatto. Una farsa degna della pochezza morale ed etica (altro che codici prandelliani) del calcio italiano.   Infine, la stagione in corso. Che le batte tutte sotto ogni profilo. Sì, perché nelle annate che vi abbiamo raccontato si sono in fondo verificati episodi strettamente legati al campo (per lo più di carattere arbitrale, come avrete capito). In questa stagione l’attacco frontale del sistema alla Roma è partito da più fronti. In primis, il discorso legato alla squalifica delle curve, con la “torcida” romanista messa costantemente nel mirino per cori forse sbagliati, ma attribuibili anche a molte altre tifoserie regolarmente impunite. Poi, la famosa (e ridicola) questione del codice etico. Meraviglioso esempio di discriminazione, quella sì, messa in atto dal commissario tecnico di Orzinuovi, puntualissimo nel bastonare i calciatori della Roma (compreso Osvaldo, almeno finché è stato giallorosso…) ed abile nel dimenticare le gesta degli altri (Chiellini, Candreva, Balotelli). Sino alle quattro giornate di squalifica comminate dal Giudice Sportivo Tosel a Mattia Destro per il caso Astori, contro ogni principio regolamentare. Dopo tutto questo, anche gli arbitri. E la serie di orrori che hanno finito per delineare una situazione di classifica irreale ed ingiusta. Parlano i fatti, il resto lo porta via il vento. Tant’è che anche quest’anno, a fronte di un torneo meraviglioso, resteremo a mani vuote. Non può essere normale. Non cinque volte in dieci anni.

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