Una banda di eroi all’appuntamento con la stratosfera

di finconsadmin

(Corriere dello Sport – G.Dotto) Tremila battute sono una gabbia troppo stretta per un uomo che ha un appuntamento con la stratosfera. Ero già qui pronto, deciso, la palla in canna, per celebrare i due mostri là dietro, Benatia e Castan, i due figli non riconosciuti di Zeus, il marocchino e il brasiliano. Che si sbattono, zompano, anticipano, fanno muro, trincea, a corpo vivo e morto, di fino e di grosso. Che si buttano all’unisono, uno e bino, come invasati a estirpare dalla riga quella cosa che sembrava già dentro, visione che già di suo meritava una pacifica invasione di campo dalla parte giallorossa.

 

Ero già, ipocritello, pronto a salutare la fine della serie vincente che, come tutte le serie, diventano una scimmia troppo ingombrante da portare addosso. Che pareggiare in dieci a Udine ci stava, eccome.

 
Ero pronto a osannare la faccia da Far West di Daniele De Rossi, che ha deciso di fare di questa Roma la sua epica privata. E dissolvere incrociato prima sul muso di Strootman, muso da lupo vero, e poi sui piedi di Pjanic rubati nottetempo a qualche fata. Ero pronto a dichiarare tutto il mio stupore per la personalità di Liajic, fino a ieri sera immaginato come un putto di talento, ma un po’ fragile, incostante e capriccioso. E trovarlo, invece, leader vero in campo, insospettabile, a cercare palla dove ci sono amici e a strapparla dove ci sono nemici. Lui come Pjanic, in dolby surround, da quando non c’è il Capitano. Come a rassicurare e a consolare le genti romaniste già in lutto preventivo all’idea che un giorno perderanno il loro Prediletto: “Non abbiate paura, ci siamo noi, la Roma ha un futuro”.

 

 
Intanto, ha un presente. Un presente così grande che ci scappa dalle mani e, non trovando più le parole, ci sfoghiamo con i numeri. Insomma, ero già lì a certificare che questa Roma esiste anche senza Totti, perché il suo cuore è caldo e la sua testa è lucida. Come quella dell’americano. Ero già pronto a cestinare tutto e a dichiarare la mia passione barra ammirazione per Michael Bradley, uno che qualunque allenatore sano di mente vorrebbe portarsi a casa e chiuderlo in cassaforte per non farselo rapire. Che avrei voluto per una notte prendere il posto di Amanda, sua moglie, per sentire cosa sogna di notte un americano che ha appena segnato un gol così.

 
Ero pronto a improvvisare un inno per Balzaretti, che quasi perde una gamba nello scaraventarsi in una mischia, e una strofa per De Sanctis, l’unico portiere quasi illibato d’Europa, a partire da quel salto folle che gli scappa al gol di Bradley e poi quando strappa quasi da epilettico la rete del recinto romanista.

 
Ero pronto, ma poi, a fine partita, ho visto in sequenza prima la faccia di Allegri e poi quella di Garcia. Ho sentito il primo biascicare, piagnucolare, non aver nulla da dire e quel nulla dirlo male. Ho visto e sentito il secondo, Rudi. L’occhio lustro. Smagrito. Visibilmente consumato da qualcosa che sta diventando troppo grande anche per lui, ma la voce ferma e il pensiero limpido. Ho pensato che avremmo potuto avere il primo invece del secondo sulla panchina della Roma e ho cominciato a ridere. E non mi sono fermato più.

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