Un’Italia da Champions. «Dalla Roma americana alla finale di Wembley Ecco il nostro calcio»

di finconsadmin

(Gazzetta dello Sport – A.Capone) Un solo nome italiano era in campo nella finale di Champions League a Wembley: UniCredit. Federico Ghizzoni, lei che guida il primo gruppo bancario nazionale e quinto d’Europa, si è sentito un po’ portabandiera?

«Siamo nella Champions da due stagioni e creiamo valore anche al Paese Italia pur avendo banche in 22 Paesi europei e uffici in 50 del mondo. Investimento straordinario di sponsorizzazione di immenso ritorno che abbiamo rinnovato per altri tre anni proprio a Londra (200 milioni tra diritti Uefa e azioni a sostegno, ndr). La Champions è ideale: trasversale, europea, ha continuità nel tempo che non garantisce neanche la Formula 1. Chi vive le banche come un problema è fuori dal mondo. Noi stiamo ora ottenendo indici di fiducia dai clienti a livelli pre crisi. Abbiamo messo in campo la trasparenza assoluta e penso che sia l’ingrediente fondamentale anche nello sport che vive di fiducia e passione. In questi giorni la trasparenza e la regolarità del gioco sono valori rivalutati dalla gente…» .

Cosa l’ha resa orgoglioso? «Ricevere a Wembley sms dal mondo ad ognuno dei 4 gol di Barcellona-Manchester: mi segnalavano che in tv era ben evidente UniCredit. Nella vita bisogna saper fare gli investimenti giusti e non disdegnare mai l’amicizia della fortuna. Poi ora ricevere i ringraziamenti di 1300 personalità di tutto il mondo che abbiamo invitato per tre giorni a Londra per la finale vissuta come evento: essere sponsor vuol dire poter intensificare relazioni. Ma oggi sono orgoglioso di aver appena assunto un giovane di 30 anni prendendolo da Goldman Sachs New York. E sono 10 mila i giovani che assumiamo ogni anno. Ad ognuno garantiamo formazione e corsi per un perfetto inglese, indispensabile. Ma quale esportazione forzata di cervelli: in Italia c’è spazio per chi vuole diventare competitivo e in questo metto UniCredit che in cinque anni vuole arrivare tra le prime tre d’Europa» .

Però avete venduto la Roma… «La Roma o un club di calcio non è nel core business di una banca che vuol essere globale. L’abbiamo venduta agli americani di DiBenedetto per farla diventare competitiva garantendosi con lo sviluppo mondiale di un nome e di un marchio da enormi potenzialità: la Roma si chiama come la città più conosciuta al mondo. Sappiamo che in questo DiBenedetto e la sua squadra sono capaci. Non abbiamo scelto in base all’offerta economica. Vendere un club di calcio non è vendere una fabbrica. Abbiamo supportato DiBenedetto in tutto per consentirgli di far bene. Passeremo le azioni in 4 luglio e poi… che faccia bene in campo e nei conti» .

E poi con lo sport italiano? «Siamo pronti in Italia a finanziare nuovi stadi con un progetto di sostenibilità e sviluppo che speriamo si alimentano grazie anche ad una legge-sistema: l’abbiamo già fatto col Bayern ed è nato il magnifico Allianz Arena di Monaco che il mondo giudica tra i migliori, dell’era moderna. Abbiamo finanziato la ristrutturazione dello stadio del Fenerbahçe a Istanbul. Siamo pronti…» .

Lei è come un allenatore che nel 2010 ha chiuso con un utile di 1,3 miliardi e di 800 milioni nel primo trimestre 2011: cosa dice ai 162 mila dipendenti? «Less time in, more time out. Forse lo dice anche il direttore della Gazzetta a voi giornalisti. Bisogna uscire, stare tra la gente volendola ascoltare, bisogna entrare nei fatti sapendoli interpretare con velocità e quindi presentare e affrontare con analisi precise. E cosi guadagnandosi la fiducia della gente. 40 milioni di clienti o si seguono o si abbandonano cambiando modo di fare banca. Ho scelto di stare al fianco di ciascuno day by day. I miei dipendenti sanno che devono ricevere tutti o altrimenti andarci con un buongiorno squillante e sorridente e le braccia larghe per mettere a disposizione tutte le loro capacità» .

Il suo allenatore ideale? «Ho fiducia assoluta nei manager che scelgo dando loro la responsabilità di decidere per il proprio campo e di formarsi la squadra. Penso possa valere anche nel calcio. Ma non assumerei mai un allenatore che mi dice che sa fare bene il 4-4-2 o un altro schema. L’allenatore è un manager che non deve avere per forza i migliori, ma deve saper fare rendere al meglio gli uomini che la proprietà gli mette a disposizione. Con schemi in progress. Facendo team. Come un a. d. In questo senso Guardiola è il prototipo del tecnico moderno: non prevedibile. E un giorno ha potuto dire: signor Ibrahimovic possiamo fare a meno di lei» .

Si sente di aver sostituito il Mourinho delle banche? «Alessandro Profumo è straordinario, di forte personalità e fama, un simbolo del successo di UniCredit. Ma io sono stato scelto da UniCredit come l’Inter ha fatto con Mou: per i risultati ottenuti all’estero e -penso -per la capacità di fare team. L’one man show non funziona più» .

 

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