Zenga “Quest’anno punto su Zeman”

di Redazione, @forzaroma

(it.eurosport.yahoo.com) In principio fu l’Uomo Ragno, uno dei migliori portieri che l’Italia ha partorito capace di vincere, a cavallo degli anni ‘80 e ’90, per tre volte consecutive il titolo di miglior numero uno del mondo (dal 1989 al 91) e di esaltare i tifosi interisti (e non solo) per il suo carisma e per il suo modo di interpretare un ruolo affascinante come quello dell’estremo difensore. Ora a 52 anni Walter Zenga è diventato il giramondo della panchina, unico tecnico del Bel Paese ad aver allenato in tre continenti differenti (America, Asia ed Europa) e ad essersi tolto la soddisfazione di vincere campionati (in Romania e in Serbia), delle coppe di Lega (sempre in Serbia con la Stella Rossa) ma soprattutto di aver insegnato calcio e costruito qualcosa di importante in paesi alla ‘periferia dell’universo pallone’ come gli Emirati Arabi dove Zenga lavora da due anni guidando l’Al Nasr, la società più vecchia dello stato che sotto la sua guida sta crescendo non poco: “In meno di due anni io e il mio staff abbiamo fatto un grande lavoro – racconta il tecnico, che ha iniziato mercoledì a Montecatini la preparazione in vista del campionato che inizierà il 18 settembre – prendendo una squadra che stazionava al decimo posto in campionato e portandola prima al terzo e poi al secondo posto riuscendo a qualificarla alla Champions League asiatica, obiettivo che il club non c’entrava da diverso tempo. Ora è normale che, alla luce dei risultati, il prossimo step sia provare a vincere il titolo anche se non è semplice perché le avversarie forti non mancano e perché arrivare primi a qualunque latitudine non è mai una passeggiata. Io però sono uno ambizioso e darò il massimo per ottenere il massimo”.

 

 

– Qual è il livello del calcio che si gioca nelle terre degli emiri?
“E’ un calcio in crescita sotto tutti i punti di vista. Rispetto alla mia prima esperienza (all’Al Ain nel 2007) dove l’allenatore veniva chiamato per guidare la squadra per un paio di partite e poi veniva cacciato, ora c’è voglia di crescere e di programmare. Nel mio club ad esempio io svolgo il ruolo di manager ‘senza portafoglio’: non mi occupo solamente delle tematiche di campo ma organizzo e curo anche tematiche maggiormente di scrivania. Questo mi sta facendo ampliare il mio bagaglio d’esperienze e penso mi sarà utile nel mio percorso professionale”.

 

 

– Alla sua corte quest’anno è arrivato un attaccante che lei conosce bene come Giuseppe Mascara e stava per arrivare anche Fabrizio Miccoli, come mai questa trattativa non è andato in porto?
“La trattativa per l’arrivo di Miccoli all’Al Nasr si è arenata quando il Palermo ha scelto di dare la procura della cessione di Fabrizio ad un agente con il quale non siamo riusciti a trovare un accordo per chiudere l’affare. Personalmente mi è dispiaciuto non poter averlo alle mie dipendenze perché ci avrebbe fatto fare un gran salto di qualità, però per lui sono contento che vesta ancora la maglia rosanero perché Palermo è il suo regno e sono convinto possa dare ancora tanto. Per quanto concerne Mascara è un altro ragazzo al quale ero molto legato sin dai tempi di Catania. Ci serviva un leader capace di dare l’esempio positivo in allenamento e di fare la differenza in campo. Lui ha tutte le caratteristiche per aiutare una squadra molto giovane che è composta per la stragrande maggioranza di giocatori degli Emirati (nella UAE Football League ogni club può tesserare solamente tre extracomunitari, ndr).

 

 

– A lei non è mai mancato il coraggio di accettare sfide e di allenare all’estero in campionati un po’ meno inflazionati rispetto a Liga, Premier League o Ligue 1. Il suo futuro come se lo immagina?
“Per ora sono contento dove sono. Lavoro in un paese meno pubblicizzato ma ciò non significa che il mio compito sia meno complicato di quello di vincere un campionato con la rosa del Manchester City o con quella di una squadra russa. Io sono dell’idea che per un allenatore vincere sia importante ma non sia tutto: per un tecnico può essere gratificante prendere una squadra dal nulla e portarla dove nessuno avrebbe mai pensato potesse arrivare. Prendete Zeman, per tanti è uno che non ha mai vinto nulla di importante ma a mio avviso è un grande allenatore che è riuscito nella sua carriera a lanciare fior di giocatori e a costruire piccoli grandi miracoli come a Foggia o lo scorso anno a Pescara”.

 

 

Il suo elogio di Zeman ci dà l’assist per parlare del prossimo campionato di serie A dove proprio il ritorno del tecnico boemo rappresenta una delle novità interessanti. Ritiene che il suo ritorno faccia bene al campionato di serie A?
“Io penso che sia una buona notizia il suo ritorno in A alla guida di una squadra blasonata come la Roma. Per filosofia e modo di intendere il calcio sono lontano anni luce dalle metodologie di lavoro di Zeman però sono un suo grande estimatore perché lo ritengo uno dei pochi insegnanti che restano in questo mondo. Un tecnico oggi deve essere uno psicologo, un comunicatore, un manager, talvolta anche un equilibrista però spesso si dimentica che deve essere anche, se non soprattutto, uno capace di formare i calciatori. Zeman questo è riuscito a farlo a tutte le latitudini e con giocatori giovani e meno giovani. Prendete ad esempio Totti: per la critica è un giocatore di 36 anni che ha già dato tutto quello che doveva dare, agli occhi del boemo invece Francesco è un giocatore che può ancora migliorarsi ed esprimere grande calcio. Questo lo differenzia dagli altri e sono convinto che a Roma oltre che a dare entusiasmo riuscirà a fare un bel campionato e magari anche ad inserirsi nella lotta per le prime posizioni”.

 

 

– La partenza di Ibrahimovic, Thiago Silva, Lavezzi e il ritiro di tanti big rappresenta un segnale di crepuscolo per il nostro campionato oppure quello italiano resta un campionato interessante?
“Penso che siamo di fronte a un normale processo di cambiamento: per anni la serie A è stato il massimo ora per tanti motivi, di natura economica ma non solo, non è più così però ciò non significa che le cose non possano cambiare in futuro e che i talenti che se ne sono andati non saranno rimpiazzati da altri calciatori che esploderanno e rimpiazzeranno le star andate all’estero ridando nuova linfa e luce al nostro campionato. Insomma, io non farei troppi drammi”.

 

 

– La Juventus vincerà in carrozza lo scudetto oppure avrà vita dura?
“Avendo oltre 50 partite da preparare e disputare in una stagione confesso di non aver seguito tantissimo il campionato però sicuramente la Juve ha vinto il campionato, si sono rinforzati e partono da una posizione di favore. Bisognerà vedere quanto incideranno le squalifiche di Conte e di alcuni membri del proprio staff. Quando tecnico e assistenti sono costretti a cambiare dinamiche e faticano a seguire le varie aree e a distribuirsi i compiti c’è il rischio che la macchina subisca delle battute d’arresto. Dal mio punto di vista può essere questa l’unica incognita per i bianconeri”.

 

 

– Quale sarà la sfidante della Juventus per il primo posto. Il Napoli?
“Si può dire tutto a questo punto della stagione, magari come è successo in passato l’outsider sarà ancora l’Udinese. Comunque il Napoli è una squadra che in questi anni ha mostrato un’organizzazione di gioco e una filosofia vincente. Hanno uno zoccolo duro importante, giocatori di grande talento e un allenatore preparato e che sa quello che vuole come Mazzarri, per cui nutro grande stima. Possono davvero essere la squadra in grado di infastidire la Juventus e le altre big a patto che non pensino troppo ai torti del palazzo e alle teorie del complotto. Se riusciranno a stare concentrati sul campo potranno davvero fare grandi cose”.

 

 

– Il Milan non è mai stato così dimesso: Allegri è chiamato ad un lavoro durissimo per mantenere i rossoneri nelle posizioni che gli competonoRiuscirà nell’impresa?
“Con la partenza di due leader tecnici come Ibra e Thiago Silva e l’addio di alcuni personaggi carismatici, specie nello spogliatoio, come Gattuso, Nesta, Seedorf ed Inzaghi il tecnico è chiamato a un lavoro molto probante. Allegri dovrà essere bravo a compattare e responsabilizzare tutti i calciatori in modo che proprio il gruppo diventi il vero leader. Senza le stelle a togliere le castagne dal fuoco dovrà essere il collettivo a fare il salto di qualità”.

 

– Che ne pensa dell’Inter? L’impressione è che sembri una rivoluzione mancata nonostante i proclami di qualche mesi fa?
“Si sono mossi molto sul mercato sia in entrata che in uscita e se hanno preso Gargano, Cassano, Palacio, Silvestre, Handanovic e rinunciato a Lucio e Pazzini significa che hanno un progetto in mente e che questi movimenti credono di poter dare al tecnico una squadra che possa riscattare una stagione al di sotto delle aspettative. Non mi sento di dire altro perché so che da fuori i pareri sono sempre superficiali e fuorvianti”.

 

 

– Vedere Andrea Stramaccioni, 36enne con esperienza modesta alla guida della squadra che le sta più a cuore che effetto le fa? Dopo l’esonero di Ranieri ha sperato in una chiamata di Moratti che le offrisse la panchina nerazzurra?
“Non sono mai stato uno invidioso per fortuna e non lo diventerò propria ora. Sono sempre stato convinto che se uno ha una chance e viene scelto per allenare una squadra: significa che è in possesso di qualità e capacità per meritarsi quel ruolo e più semplicemente si trova nel posto giusto al momento giusto. Stramaccioni è stato bravo a farsi trovare nella situazione per ricevere la chiamata dell’Inter e con il lavoro e i risultati si è dimostrato capace di meritarsi la riconferma della fiducia di Moratti. Per quanto riguarda la l’esonero di Ranieri io la speranza di ricevere una chiamata dalla società che ho nel cuore l’ho avuta quando se n’è andato Mourinho, quando è stato cacciato Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri e quando magari sarà finita l’era Stramaccioni. Se non ho ricevuto la chiamata è perché non sono ancora bravo abbastanza per meritare una chance dai nerazzurri. Però sono sicuro che presto o tardi quel giorno arriverà. Io allenerò l’Inter nessuno me lo toglie dalla testa. Ho 52 anni, ma me ne sento 42 sì e no. Penso di avere ancora almeno 10-15 anni di carriera per realizzare il mio obiettivo. Nel frattempo continuo a lavorare forte e ad imparare”.

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