VIAGGIO NEL 2012 DELLA ROMA: il naufragio di Luis, il ritorno di Zeman

di Redazione, @forzaroma

(di Alessio Nardo) Duemiladodici, anno di illusioni e amarezze. Disastri e rinascite. La Roma di Luis Enrique lo inizia supportata dalle classiche “ali dell’entusiasmo”. Il tris di risultati positivi di fine 2011 (pari interno con la Juve, vittorie strepitose a Napoli e Bologna) proietta l’ambiente giallorosso in paradiso. Il tiquitaca conquista, il dominio del possesso palla intriga, gli effetti positivi del calcio alla spagnola iniziano a vedersi. L’8 gennaio si riparte alla grande: Totti, dal dischetto, annienta il Chievo e chiede scusa a tutti per il ritardo. Il 3-0 alla Fiorentina in Coppa Italia evidenzia quel che sarà, un giorno, Erik Lamela. Talento irresistibile e bomber spietato.  A Taz Borini l’onore dell’ultimo lampo. Il nubifragio di Catania convince Tagliavento a sospendere l’anticipo serale del 18° turno sull’1-1: venti minuti finali da recuperare l’8 febbraio. Nel frattempo, la Roma e Luis, rientrano gradualmente nell’inferno d’inizio anno. Gloria ed umiliazione nel giro di tre giorni: prima il 5-1 al Cesena in campionato, poi il primo, fragoroso, traumatico impatto con lo Juventus Stadium.   In Coppa Italia, la prima mattanza. Giaccherini e Del Piero aprono il conto, l’autogol di Kjaer al 90′ dalla fine lo chiude. Giallorossi fuori dal torneo, dopo esser già usciti (ad agosto) dall’Europa League per mano dello Slovan. L’effetto psicologico è pesante. Il Bologna, sbranato un mese prima al Dall’Ara, impone il suo catenaccio a Roma e porta a casa l’1-1. Non basta la meravigliosa punizione di Miralem Pjanic. Il mercato invernale regala il solo Marquinho, semisconosciuto intermedio brasiliano proveniente dal Fluminense. Si poteva e doveva far di più. Ce ne si accorge il 1° febbraio, quando la Roma dà il via alla sagra dei quattro. Totti e soci chiudono la propria esperienza al Sant’Elia perdendo 4-2. Per giunta, con doppietta di Thiago Ribeiro. Davvero troppo. L’alternanza di risultati e prestazioni è sempre più incomprensibile. Quattro giorni dopo, in un Olimpico innevato, l’inguardabile Inter di Ranieri (pur sempre piena zeppa di campioni) viene asfaltata dalla furia romanista: Juan e Bojan fanno da cornice alla doppietta di Borini. Ed è lui, l’oggetto misterioso del mercato estivo, a fregiarsi dello scettro di protagonista in quest’inizio di 2012.   Roma festeggia il rinnovo del suo secondo figliol prodigo: De Rossi, al termine di una trattativa estenuante, firma fino al 2017. I ventisette minuti circa di Catania, col baby Piscitella titolare dal 1′, servono a poco. Lo 0-1 di Siena, deciso dal rigore di Calaiò, è un’altra mazzata esterna. Da lì in poi, Borini va a segno per quattro gare di fila. Stende il Parma all’Olimpico, prova a rialzare la Roma nel disastro di Bergamo (con De Rossi spedito in tribuna per il ritardo di 5′ alla riunione tecnica pre-gara), tiene i suoi in corsa nel derby perso con la Lazio e decide, da solo, il match di Palermo. Il 19 marzo, col Genoa, riemerge Osvaldo dall’infortunio di gennaio. E’ suo il lampo che riporta la Roma in odor di Champions. Ed è sempre l’italoargentino a portare in vantaggio i giallorossi a San Siro, contro il Milan. Ibra sbuffa, sale in cattedra e rimonta. Luis Enrique ci crede ancora, non molla. La sua proposta deve trionfare, contro tutto e tutti. Il derelitto Novara ne prende cinque all’Olimpico, il Lecce di Cosmi ne fa quattro al Via del Mare, regalando alla Roma una pasqua da incubo. Il 3-1 interno all’Udinese è l’ultimo vero lampo d’orgoglio giallorosso. La Juve, in casa, maramaldeggia sui resti sconclusionati di una squadra già destinata alla rifondazione bis. 25 aprile, giorno chiave. Delio Rossi e la Fiorentina espugnano la Capitale. La Roma gioca forse la partita più brutta dell’intera stagione. Il pubblico, spazientitio, fischia. Luis non ne può più e getta la spugna. Il messaggio a Baldini è chiaro: “A fine anno, me ne vado”.   C’è ancora un ultimo obiettivo da raggiungere. Una misera quanto benedetta qualificazione ai preliminari d’Europa League. La Roma, dal raggelante 1-2 coi viola, non perde più. Ma i tre pareggi con Napoli, Chievo e Catania non bastano ad agganciare il sesto posto. A Cesena, il 13 maggio, il giorno degli addii. Bojan, Lamela e De Rossi donano almeno un’ultima soddisfazione a Luis. Un minuto dopo il novantesimo, è già futuro. La prima Roma dell’era americana chiude settima in classifica a quota 56 punti, con 16 vittorie, 8 pareggi e ben 14 sconfitte. Baldini definirà la scelta di Luis un “magnifico errore”. A molti, è sembrato un errore e basta. Da non ripetere. Con chi si riparte? Il nome in pole, a maggio, è quello di Vincenzo Montella. Ossia, un passo indietro. L’effettiva confessione di una precedente scelta sbagliata. L’Aeroplanino sembra vicino alla firma. Poi, all’improvviso, si ferma tutto. La pista si raffredda, entrano in ballo altri nomi. A fine mese, ecco il jolly dal mazzo: si chiama Zdenek Zeman, ha 65 anni ed ha appena vinto il campionato di B con una squadra, il Pescara, partita per centrare la salvezza. E’ il sogno di mezza Roma. Il volto pulito del calcio spettacolo, l’uomo delle utopie e delle speranze. E’ il boemo, che torna. Assieme al suo romanzato 4-3-3.   Lavoro, lavoro e tanto lavoro. Ed uno stile differente rispetto a Luis, più…”verticale”. Di Zeman si conoscono pregi e difetti, vizi e virtù. E’ un ritorno che gela i cuori di chi sognava Guardiola, ma rallegra e fomenta coloro che già dodici anni fa non apprezzarono l’avvicendamento con Capello, e che nel 2005 avrebbero preferito Sdengo a Spalletti. Gli Europei estivi portano fortuna, in parte, a De Rossi e Borini. I due giallorossi sfiorano il trionfo a Kiev, a punirli è la Spagna pigliatutto di Del Bosque. A molti chilometri di distanza, c’è un uomo. Si chiama Walter Sabatini e sta progettando la seconda rifondazione. Nel giro di tre mesi fanno le valige Cicinho, Cassetti, José Angel, Juan, Curci, Gago, Greco, Kjaer, Rosi, Viviani, Simplicio, Borini, Heinze, Pizarro, Borriello e Bojan. Quasi un’intera rosa. Sul fronte entrate, arrivano Dodò, Castàn, Svedkauskas, Lucca, Florenzi, Bradley, Tachtsidis, Piris, Balzaretti, Destro, Marquinhos e Goicoechea. La piazza, come al solito, si spacca tra chi ritiene la Roma l’antiJuve e chi da ottavo posto. Cambia persino il presidente: il 27 agosto la meteora DiBenedetto lascia il posto al carismatico James Pallotta. Per il resto, scettro a Zeman. Il gran signore dei sogni.   La prima esibizione in campionato ricalca, da vicino, le noiose serate di luisenrichiana memoria. Squadra lenta e dal fraseggio prevedibile, costretta al 2-2 dal Catania di Maran. Da segnalare i gol meravigliosi di Osvaldo e Nico Lopez. Due gemme da incastonare nell’album delle meraviglie. A San Siro, il 2 settembre, ecco Zemanlandia. La Roma del santone distrugge l’Inter del bimbo d’oro Stramaccioni. E’ un trionfo che esalta ed illude. Dopo la sosta per le nazionali c’è il Bologna. Un’ora di grande calcio, poi il disastro. Da 2-0 a 2-3, trionfa Pioli e il boemo torna a rivivere vecchi incubi. La pagina più comica dell’anno? Il 23 settembre. La Roma vola a Cagliari, precisamente a Quartu Sant’Elena, per far visita ai rossoblù di Ficcadenti. L’Is Arenas, impianto sostitutivo del Sant’Elia, presenta problemi d’inagibilità. Il prefetto impone la disputa dell’incontro a porte chiuse, ma Cellino, presidente rockstar, fa di testa sua. Attraverso un comunicato ufficiale, invita i tifosi del Cagliari a presentarsi comunque allo stadio. Si crea un problema d’ordine pubblico, la partita viene fermata, bloccata, rinviata. O meglio, consegnata alla Roma a tavolino.   E’ il caso dell’autunno. In tanti mettono bocca e commentano a sproposito, intanto il campionato va avanti e la Roma è di nuovo costretta a rinviare l’appuntamento con la vittoria all’Olimpico. La Sampdoria, in dieci uomini per l’espulsione di Maresca, pareggia con Munari l’1-0 di Totti e ringrazia la papera di Stekelenburg, di lì a poco destinato a cedere il posto a Goicoechea. Tre giorni dopo, terza mattanza allo Juventus Stadium. Finisce 4-1 ed è la replica del 22 aprile. Una strage sportiva. E’ una Roma diversa nel gioco rispetto all’era Luis, ma l’alternanza di risultati è spaventosamente simile. In sei gare arrivano tre vittorie (con Atalanta, Genoa e Palermo) e tre sconfitte (con Udinese, Parma e Lazio). Non mancano le tensioni. Tra Zeman e De Rossi è gelo, con Tachtsidis nello scomodo ruolo di “cocco del boemo”. Anche Pjanic, dal canto suo, non le manda a dire al mister. Il volto felice della Roma è Erik Lamela. L’argentino va a segno sette volte in sei partite, prima di infortunarsi alla caviglia il 19 novembre col Torino. Da qui, la Roma inizia a far sul serio. Le ultime sette partite del 2012 regalano sei vittorie (Coppa Italia compresa) ed una sola sconfitta, causata (soprattutto) dal maldestro arbitraggio di Bergonzi a Verona. I poker interni con Fiorentina e Milan mostrano il lato bello, emozionante e positivo del calcio zemaniano. L’ambiente romanista si aggrappa alla sana speranza. Che il 2013 non sia un altro anno di bieche illusioni.

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