Pallotta, otto anni di delusioni (e una gioia) aspettando lo stadio: tutte le tappe di Jim

Pallotta, otto anni di delusioni (e una gioia) aspettando lo stadio: tutte le tappe di Jim

Si chiude oggi la presidenza meno amata e vincente degli ultimi 30 anni. Dal 2012 a oggi, la storia di un amore mai nato

di Valerio Salviani, @vale_salviani

Si dice che ci si renda conto di quanto si ami qualcosa solo quando la si perda. Forse questo sentimento passerà in testa a James Pallotta tra qualche mese, quando da queste parti sarà solo un ricordo. L’addio ufficializzato oggi invece è quasi una liberazione. Voluto, annunciato e concluso in tempi record dopo la pandemia, con tanto di minusvalenza. Niente (o quasi) di quello che si era prefissato è stato realizzato.

James Pallotta lascia la AS Roma: otto anni aspettando lo stadio

Il 27 agosto sarebbero stati otto anni di presidenza, tondi tondi. Se verranno rispettate le date del closing, entro il 17 Dan Friedkin sarà già il nuovo proprietario. Pallotta si presentava così nel 2012, dopo aver preso il testimone da Richard DiBenedetto: “E’ un grandissimo onore per me assumere la carica di Presidente della A.S. Roma. Non esiste club più speciale al mondo e io accetto la responsabilità di esserne custode e guidarlo con grande senso di umiltà e determinazione per costruire un’organizzazione di livello vincente sotto tutti gli aspetti”. La determinazione non gli è mancata (l’umiltà forse sì) di certo sul fronte stadio, la mission principale della sua avventura. Gli ultimi passi avanti realizzati dalla Raggi lo stavano convincendo a tenere duro qualche altro mese per avere un introito superiore al momento della cessione. Con i soci a premere per l’addio però ha dovuto alzare bandiera bianca. Ora sarà un “problema” di Friedkin, che però arriva con la strada già spianata. L’ultimo “grido di dolore” Jim lo aveva lanciato nell’intervista al sito del club lo scorso giugno: “Abbiamo speso oltre 70 milioni di euro nel progetto dello stadio, che, secondo i miei piani, avrebbe dovuto essere inaugurato adesso. Avremmo dovuto giocare in quello stadio la prossima stagione”. Ma dal 2014, anno dell’accordo con il Comune, le dichiarazioni in questo senso sono state tante. “Lo stadio pronto nel 2021? Piuttosto mi sparo” diceva nel 2016. L’anno dopo invece minacciava l’addio: “Se non sarà pronto per il 2020 allora ci sarà un altro proprietario”. Lo stesso diceva nel 2018, durante lo scandalo Parnasi: “Senza stadio verrete a trovarmi a Boston”. Nel 2019 provava a coinvolgere anche i tifosi: “Se vogliono lo stadio allora devono sollecitare un intervento”. Chiamata “alle armi” mai raccolta. A quel punto però Jim aveva già mollato.

Otto anni e zero trofei: Roma-Barcellona il giorno più bello

 

Il 9 gennaio del 2012, nella sua prima visita ufficiale a Trigoria, Pallotta si lanciava nella piscina del centro sportivo durante il discorso alla squadra. Non era ancora formalmente il presidente, ma già parlava come tale: “La Roma non deve aver paura”. Nel suo giorno migliore, quello di Roma-Barcellona, la replica nella fontana di Piazza del Popolo in mezzo a centinaia di tifosi. Quel 3-0 che valse la semifinale di Champions League è stato il momento di popolarità e successo più alto di James, che doveva scrollarsi di dosso la finale di Coppa Italia persa con la Lazio nel 2013. Una sconfitta che sentiva sua fortemente, arrivata al termine del suo primo anno da presidente, nel quale per ridare entusiasmo alla piazza (consigliato da Sabatini) aveva richiamato Zeman, dopo il flop Luis Enrique. Con il primo Garcia, lo Spalletti bis – messo sotto contratto a Miami – e Di Francesco le sue Roma più forti. Nessuna però è mai andata davvero vicina a vincere lo scudetto, nonostante i tre secondi posti portati a casa. L’odiato Monchi la sua delusione più grande. “Faremo della Roma una regina” aveva detto DiBenedetto. Una frase che è rimasta in eredità a Pallotta, e che l’imprenditore ha sempre pagato con l’ambiente, proprio a causa della mancanza di un trofeo. Tanti, tantissimi i giocatori acquistati, così come le cessioni. Il mantra delle plusvalenze non ha mai pagato e ha contribuito ad allontanare i tifosi, che gli hanno sempre rimproverato la sua lontananza da Trigoria.

Le bandiere e i tifosi: Pallotta e Roma, un amore mai nato

Pallotta non torna a Roma da più di due anni. La spaccatura con la città e la tifoseria negli ultimi tempi si era allargata senza possibilità di ricucita. L’ultima goccia, l’addio di De Rossi, con un sit-in sotto la sede dell’Eur di migliaia di romanisti, che chiedevano a gran voce il suo addio. Come se non bastasse, anche Totti poco dopo ha lasciato il club puntando il dito proprio su di lui. Il rapporto con lo storico numero 10 è stato quello gestito peggio da Pallotta. Francesco ha sempre incolpato la società di averlo costretto a smettere prima del tempo. Una colpa assorbita dai tifosi e in parte attenuata dallo stesso Totti, che nonostante il dolore per aver smesso ha accettato il ruolo da dirigente, difendendo le scelte della società fino al giorno prima della sua uscita di scena. La “de-romanizzazione” della società, è stato sempre uno dei cavalli di battaglia dei contestatori del bostoniano. La parte più calda del tifo era contro Pallotta dal 2015, quando il presidente usava il termine “fucking idiots” per attaccare chi aveva offeso la mamma di Ciro Esposito. Molti tifosi invece gli hanno riconosciuto di aver dato alla Roma un profilo più internazionale, riorganizzando il club. Il suo lascito migliore è senza dubbio la ristrutturazione di Trigoria, trasformata in un centro sportivo di classe A. Peccato che non l’abbia mai vista con i suoi occhi.

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