news as roma

Ranucci (PD): “Sì allo stadio ma solo se è della Roma. Tifosi, non fatevi prendere in giro”

Le parole del politico: "Se l'impianto sarà fatto per risolvere i problemi economici di terzi, non mi interessa. Gli stadi devono essere delle squadre di calcio"

Redazione

Nel giorno in cui si è riunita la conferenza dei servizi, per dare il parere definitivo sullo stadio della Roma, si continua a discutere sulle tante perplessità che attanagliano il progetto. Raffaele Ranucci, del Partito Democratico, è intervenuto a Centro Suono Sport durante la trasmissione 'Te la do io Tokyo'.

Il MIT ha cambiato parere sul ponte di Traiano. Che vuol dire?

Il ponte dei Congressi è nei progetti di Roma da 30 anni e va fatto, è fondamentale. Il fatto di farne un altro a nord è altrettanto importante. Il problema è sempre lo stesso per me: di chi è lo stadio? Se non è della Roma non va fatto. Se serve a risolvere i problemi economici di terzi non mi interessa. Se è della Roma ne possiamo fare anche 10. Il resto conta poco, sono problemi urbanistici che sono superabili. Sono anni che continuo a dire queste cose. Gli stadi devono essere delle squadre di calcio. La Roma può competere con le grandi società con lo stadio. Se vogliamo fare in modo che la Roma abbia un futuro serve lo stadio della Roma. Se vogliamo arricchire gli altri allora continuiamo a pagare l'Olimpico.

Ma si farà lo stadio secondo lei?

Non lo so. Dico ai tifosi di non farsi prendere in giro. Marino? Ho sempre pensato che umanamente non fosse adatto per fare il sindaco.

Che ne pensa di Di Francesco?

L'ho conosciuto da giocatore, faceva tutto per la squadra, era generoso e cercava di stare all'interno del gruppo. Anche da allenatore, senza urli, cuce e non divide. Spero possa essere lo stesso conosciuto da calciatore. Se mi aspettavo potesse essere così bravo? E' un allenatore giovane al quale bisognava dare fiducia. Chi ha la fiducia può fare la differenza.

Lei conosce bene la federazione. Era scritto questo flop clamoroso?

E' un dolore enorme vedere l'Italia eliminata dal Mondiale. Nel '94 fu un Mondiale straordinario grazie ad un gruppo straordinario. Baggio, Baresi, Zola, Maldini e un allenatore che può anche essere criticato, ma di grandissimo carisma, con un vice come Ancelotti. Nel 2002, quando fummo eliminati, nessuno voleva andare a parlare in TV. Io fui l'unico, parlai di truffa e del calcio italiano che era rimasto indietro. Parlai anche del "Processo del Lunedì", che ha ammazzato il calcio, controllando il sistema. La Fifa mi mandò via dalla federazione, gli altri sono rimasti tutti. Io all'epoca dissi che il calcio avrebbe dovuto puntare sui giovani, altrimenti non ci saremmo ripresi. Il calcio va rivisto completamente, il problema non sono gli stranieri ma la qualità. Quelli di scarsa qualità che arrivano servono a far felici solo i mediatori, che prendono il 10%. Malagò ha ragione a dire che bisogna commissariare, ma il problema è: c'è un patto di tutti per rilanciare il calcio come successo in Spagna e Germania? Ci sono giocatori che costano milioni e fanno 2 o 3 partite al massimo. L'operazione Neymar ci dovrebbe far riflettere, non può un giocatore costare così tanto. Non si parla più di calcio, ma di commercio e finanza. Il calcio ormai è come le imprese, il calcio è finanza, nient'altro. Se una società non fa risultato immediato ci sono conseguenze importanti. In Italia è sparito il senso di sacrificio, i ragazzi per fare carriera vogliono cercare la strada più breve.