I corridori venivano messi al corrente ''verbalmente'' della procedura seguita per le trasfusioni e ''sui rischi''. ''Non firmavamo nulla, ogni atleta pagava in base al periodo'' del trattamento. Le sacche erano catalogate con ''un codice numerico''. ''A volte potevamo usare un soprannome che e' sempre piu' corto di un nome'', ha detto ancora Fuentes, che ha anche negato che sua sorella Yolanda, anch'essa imputata nel processo, fosse a conoscenza delle trasfusioni.
Doping, Fuentes: "Lavoravo con calciatori, ciclisti ed altri atleti"
Il medico ha inoltre specificato di non aver mai sospettato di essere intercettato dalla Guardia Civil. ''Dal 2001 ho sempre pensato che il mio cellulare fosse intercettato dalla stampa. Avevano pubblicato una conversazione. La mia -ha detto- era un'autentica ossessione'', ha spiegato, giustificando cosi' anche il ricorso a parole in codice. Il medico ha poi escluso di avere somministrato Epo ai suoi clienti. ''Avevo una sola cassa di Epo ed era per mia figlia che era malata di cancro''. (Adnkronos)
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