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Simbolo Cristante. L'eroe invisibile di Mou ha trasformato i fischi in applausi

Redazione
Friulano di nascita, è diventato in silenzio icona di romanità perché gioca sempre, bene e ovunque... E ora si concede pure colpi da fenomeno

E se fosse Bryan Cristante il vero fenomeno? Occhio agli eroi invisibili, scrive Gianncarlo Dotto su La Gazzetta dello Sport. A quelli dalla bocca cucita, che non parlano mai e le rare volte nessuno ci fa caso, perché non devono spaccare o stupire il mondo. Quelli che non esultano teatrali. Non esultano proprio. Non scimmiottano telefonate a chissà chi e non cullano bebè veri o immaginari, non mostrano orecchie, nasi e bocche, non si atteggiano a statue, non recitano danze, trenini e ammucchiate. Non ammiccano ruffiani. Mai una polemica.

Un friulano tutto d’un pezzo, che friulano resta anche quando il destino lo fa giramondo. Nasce a San Vito al Tagliamento e cresce a Casarsa della Delizia, terra di poeti calciatori, Pier Paolo Pasolini ed Ezio Vendrame. E di radici forti.  Sì, è venuto il momento di dirlo. Bryan è un fenomeno. Ne sono passati alla Roma di fenomeni veri e presunti. Acclamati, evaporati. Di lui si dice e non si dice da sempre, come si fa con i secondi violini in un’orchestra. Bravo? Sì. Indispensabile? Forse. Sta di fatto che allenatori tanto diversi non ne fanno mai a meno. Di Francesco, Ranieri, Fonseca e Mourinho alla Roma, prima di loro Gasperini all’Atalanta, Ventura, Mancini e ora Spalletti in Nazionale. È lui il vero intoccabile di Mourinho. Il suo talismano, il suo mantello magico

Gioca sempre Bryan. Bendato, acciaccato, stremato, il braccio al collo o lo scafoide malandato. Sopporta ogni cosa. I fischi più ingenerosi della storia, quelli dei suoi tifosi, che ci hanno messo cinque anni per scoprire il loro eroe sommerso. Malesseri fisici e morali gli scivolano via, compenetrato nella sua missione come un samurai. In una squadra con il tasso d’infortuni tra i più alti del pianeta, lui c’è sempre.