E' uno fatto così, vuole essere lì, al centro esatto della musica, finché è questo quello che sente in campo, musica. Poi all’improvviso l’intuizione, la nota che spacca il guscio e invade il mondo mentre il pallone invade la porta arrivando da un punto sin lì invisibile. Il Corriere dello Sport dipinge così il talento di Miralem Pjanic.
Pjanic e l'arte di stupire
Lui e Garcia vanno d'accordo. Fatti per comprendersi. Poco importa chi abbia preso la parola per primo in un breve incontro ad inizio stagione. Si sono detti cose diverse. Garcia gli ha spiegato che una sua partenza sarebbe stato rubare piedi al centrocampo che aveva in mente. Pjanic ha chiesto di giocare dove gli piace, dove il ritmo nasce e può essere infranto. E’ per questo, no? che in Francia lo chiamavano il Pianista. Per questo, per il nome, per la delicatezza del tocco.
Non è questione di comunicazione, non solo. Pjanic si diletta di lingue quanto di pallone. E’ nato dove la famiglia non è voluta restare, nella Bosnia ferita che poi lui ha scelto di riabbracciare mollando il Lussemburgo per il quale era stato nazionale da giovanissimo. Di lingue ne conosce sei, compreso quel tedesco aggrovigliato e intessuto di francese che si parla in Benelux. Ha giocato a Metz, a Lione, ha segnato in Champions League, ha forato il Real Madrid, ha spezzato calcistici cuori a Barcellona e in Inghilterra scrivendo che no, la Roma lo avrebbe tenuto. Garcia lo avrebbe tenuto, in realtà. Il resto di Roma avrebbe preferito sacrificare lui al posto di Lamela o di Marquinhos, qualche milione in meno, un briciolo di scienza calcistica in meno, ma se Pjanic è il ragazzo che abbiamo imparato a conoscere e che ancora non siamo riusciti a capire allora è lui a essere di troppo.
Invece era solo qualcosa nella sua testa. Aveva cominciato a credere che la sua musica e quella di Totti appartenessero a scale troppo diverse. Insensato pensarlo. Infatti Garcia non lo pensa. La sua orchestra ideale li comprende entrambi ed entrambi sono a capo di una sezione, Totti i fiati che sbriciolano, Pjanic gli archi che tessono l’armonia di una squadra intonata come non era da anni. Eppure per convincere pienamente l’Olimpico e se stesso Miralem ha dovuto aspettare che Totti scendesse dal palcoscenico.
Può anche darsi che se il capitano fosse rimasto in campo non sarebbe stato Pjanic a tirare la punizione fiorita all’incrocio dei pali. E magari il bosniaco avrebbe toccato meno palloni. D’altra parte con Totti il Napoli sarebbe stato forse piegato in quattro dalle controffensive della Roma. Non sta qui il punto. E’ che la mancanza di Totti ha convinto Pjanic di essere importante. Mira ha scoperto che in lui oltre al cesellatore del pallonetto contro il Verona, oltre al mattatore di centrocampo, esiste un leader universale. Uno che occupa spazi, affetti e menti. Uno capace di dire: «Sono niente senza i miei compagni» e avvertire che in quelle parole non c’è ombra di insicurezza, bensì l’essenza della propria maturazione
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