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Rassegna Stampa Odierna AS Roma

Venditti non se la sente più di dire "Grazie Roma"

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(Leggo - F.Maccheroni) Ci mancava soltanto Venditti. Spera che tolgano il suo inno, perché non lo trova «più identificativo della squadra» che conosceva. Quella che era er core de ’sta città, l’unico grande amore e adesso fra stelle e strisce non si capisce più dove sia finita. E così ecco la sparata del cantautore: via l’inno, quello che ha accompagnato la Roma del 1976, «quella del terzo posto», quella che era qualcosa anche se era poca cosa.

Sulla copertina c’era scritto Roma (non si discute, si ama). Ora si discute, perché chi l’ha dipinta (io o Dio, fate voi) non ne riconosce i colori. Era grande perché sapeva prenderti l’anima anche se non era niente. Adesso ripartiremmo dalle prime parole della seconda serenata di Antonello: Dimmi cos’è. Già che cos’è che ha cambiato tutto, che quando senti le campane la domenica mattina ti viene il mal di testa, altro che quel brivido per urlare Grazie Roma.

Dicci cos’è, che t’ha fatto scappare tutti (Allegri, Mazzarri, Blanc, Mancini, Paulinho). Dicci cos’è che ha fatto fallire un investimento da 120 milioni in due anni. Dicci cos’è che ci fa domandare perché cerchiamo un portiere e firmiamo per tre anni Lobont (35 anni). Dicci cos’è che ci fa sentire senza la Roma.

Certo, parlare oggi di inno, sembra ridicolo. Ne metteranno un altro. Un bel cantautore della West Coast, magari, che ci fa sentire uniti a Paperino, alla Nike, a uno stadio formidabile e alla squadra più forte del mondo, con la società più affamata di successi del mondo. Sempre più tristi ’ste campane la domenica