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La Roma risale, Osvaldo regala la prima vittoria

Redazione

(La Repubblica-F.S.Intorcia) La mitraglietta è un facsimile, un omaggio al legittimo titolare, un’arma giocattolo che però ricorda tanto quella vera. Pablo Daniel Osvaldo non l’ha mai nascosto: s’ispira a Batistuta, un tempo ne era considerato l’erede, e forse quel paragone ingombrante ha spesso mortificato la lenta lievitazione del suo talento ribelle. Per ora, nell’attacco della Roma segna solo lui: ha sparato sotto i suoi tifosi, lì dove Batigol festeggiò una doppietta nell’anno dello scudetto, e ha ignorato che la serata s’era aperta con il minuto di raccoglimento per i morti in Afghanistan e che certe volte magari non è il caso di giocare alla guerra.

La prodezza dell’italoargentino in avvio di ripresa, un colpo di testa a bucare le mani di pastafrolla di Mirante su pennellata perfetta di Rosi (appena rientrato dopo uno scontro, perciò dolorante e stordito, eppure preciso) ha regalato a Luis Enrique la prima vittoria ufficiale, al sesto tentativo. E gli ha evitato di eguagliare il primato negativo di un anno fa, quando il successo numero uno di Ranieri arrivò alla settima uscita stagionale fra coppe e campionato. La Roma ha dato segnali di ripresa, ma non s’è liberata ancora delle sue paure. Per capirlo, basterebbe guardare la partita di De Rossi: ha giocato così indietro che sembrava fermo al casello di Reggio Emilia. Più che mediano basso, è stato un difensore centrale aggiunto, col compito di prendersi il penultimo attaccante in fase di non possesso, a dare conforto e sostegno a Kjaer e Heinze. Il primo tempo è stato noioso come una di quelle telenovelas sudamericane in cui si ripetono gli stessi dialoghi per intere puntate ma non succede mai niente. Ecco: la Roma ha palleggiato in orizzontale su un copione barboso, senza mai andare a fondo e latitando pure al tiro. A meno di non sopravvalutare i missili sulla luna di Josè Angel in avvio e di Pjanic alla mezzora, i giallorossi non hanno mai tirato in porta per quasi un tempo, e l’esperimento di invertire gli esterni a metà frazione (Osvaldo e Pjanic spostati a destra, in cambio di Borini e Perrotta) è parso più un sintomo di confusa irrequietezza che non una lucida strategia. Il lampo di Totti al minuto 40, perciò, ha squarciato la noia: destro dal limite, mani piegate a Mirante e palla sul palo, prima che Osvaldo si facesse chiudere in corner al momento del tap-in.

Il Parma, almeno per mezza gara, è stato ordinato e lucido, operaio e orgoglioso, bravo a difendersi con nove uomini dietro la linea della palla, per effetto del ripiegamento di Biabiany (gran partita di sacrificio, la sua) e Modesto a fare i terzini aggiunti, con Morrone e Galloppa baluardi centrali, a comporre una diga contro cui la Roma ha sbattuto a lungo il muso senza trovare mai un ritaglio di luce. Altra storia nella ripresa. L’ingresso di Burdisso per l’incerto Kjaer (aveva rischiato il secondo giallo) ha iniettato fiducia nella difesa e alleggerito le preoccupazioni di De Rossi, mentre il gol immediato di Osvaldo ha sgretolato le certezze del Parma che s’è inconsciamente afflosciato. Qui, il palleggio dei giallorossi, pur sterile, è diventato piacevole, e Totti, pur senza affrettarsi, è risultato più incisivo. Osvaldo e il capitano hanno sfiorato il raddoppio e la squadra ha singhiozzato trame interessanti prima di resistere alla sfuriata del Parma, che il pari probabilmente lo meritava, e di sicuro l’ha cercato e sfiorato: Biabiany, pendolare per una serata intera, è arrivato troppo stanco all’appuntamento con la gloria, peccando di egoismo quando ha messo in curva da posizione troppo
ghiotta. Come al luna park, c’era una sola cartuccia buona, e Osvaldo l’aveva già consumata per tutti da un pezzo.