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Delio Rossi: "Il presente è Lazio, il futuro è Roma"

Redazione

(Corriere dello Sport - A.Maglie) Per i suoi colleghi, soprattutto per quelli che non riescono a far « volare » la propria squadra, è una specie di mina vagante. Delio Rossi è l’ultimo grande allenatore senza panchina, dopo la sistemazione di Claudio Ranieri all’Inter. In queste settimane è stato accostato a diverse panchine: si è parlato di lui alla Roma, quando la squadra giallorossa stentava e Luis Enrique sembrava in discussione. Maurizio Zamparini non ha fatto mistero delle sue prime scelte dopo il licenziamento di Pioli. Claudio Ranieri e, appunto, Rossi. Poi sono arrivati i giorni complicati di Gasperini e la decisione di Massimo Moratti di interrompere il rapporto cominciato in estate: era una corsa a due, alla fine ha prevalso Ranieri. E poi la proposta del Bologna. Lui, l’ex tecnico di Lazio e Palermo, non sembra ossessionato dalla mancanza di una panchina. Aspetta con pazienza, anche un’offerta dall’estero perché l’idea di cambiare aria, di sperimentare un altro calcio sembra far parte del suo orizzonte professionale. Per ora osserva, guarda, si aggiorna cercando di capire quel che di nuovo offrono i suoi colleghi. Nasce così questa chiacchierata sul campionato, su quel che è avvenuto e su quel che potrà avvenire. A cominciare dal derby di Roma.

Signor Delio Rossi, nell’inedito e, proba­bilmente, temporaneo ruolo di spetta­tore, che idea si è fatto del campionato che riaprirà i battenti il prossimo fine settima­na?
«Sono ancora tutte lì, tutte raccolte in un fazzoletto di punti. Il torneo non è ancora entrato nel vivo. Alcune squadre, poi, mi hanno dato l’impressione di essere lontane dalla condizione migliore».

A cosa bisogna attribuire questi ritardi di condizione? Anche al fatto che il campio­nato è cominciato un po’ a singhiozzo con la prima che non si è celebrata per via del­lo sciopero?
«Sinceramente non saprei dire perché tan­te squadre ancora non sono al massimo. Una cosa è certa: vedo troppe squadre lun­ghe, larghe».

Ne vede anche qualcuna che, al contrario, corre già a un buon numero di giri?
« Beh sì, ci sono anche quelle. Domenica scorsa, ad esempio, ho visto la Juve: in campo bella compatta. E il Napoli ha fatto un gran debutto soprattutto in Cham­pions ».

Cos’è che l’ha convinta nella Juve?
« La Juve ha dato l’impressione di stare molto bene sul terreno di gioco: squadra corta, aggressiva, veloce. Credo che que­st’anno la musica che i bianconeri suone­ranno sarà diversa: chi punta allo scudetto dovrà fare i conti con la Juventus».

E il Napoli?
"Altra squadra in grande condizione. Mi ha molto impressionato per il modo in cui è "entrata" in Champions, in un girone molto difficile. Il pareggio di Manchester, poi la vittoria contro il Villarreal. Il difficile viene ora: Mazzarri dovrà confrontarsi con avversari più abituati a questo tipo di competizione, a giocare su più tavoli".

Lei ne sa qualcosa visto che con la Lazio si ritrovò a dover fare i conti con il Real Ma­drid. Se la sentirebbe di dare qualche con­siglio
"Mazzarri non ha bisogno dei miei consigli. Lui ha messo insieme una squadra che ha un’anima, un’identità, che gioca bene. Pos­so solo dirgli di vivere alla giornata, di non scegliere tra Champions e campionato. D’altro canto, le grandi squadre non scel­gono mai».

La Juve bene, il Napoli bene: a questo pun­to da chi si attende qualcosa di più?

« Dalle milanesi, ma io credo che arrive­ranno, impresa non proibitiva in un cam­pionato così, con distacchi ridotti all’osso».

Insomma, non bisogna darle per “tagliate fuori” o, peggio ancora, per spacciate.
«Assolutamente no. In questi casi l’impor­tante è non accumulare troppo ritardo ri­spetto alle squadre che precedono. Mi sembra, però, che i ritardi siano minimi».

Il campionato è ancora ai “ preliminari” eppure sulle panchine si è già abbattuto l’uragano: due allenatori (Donadoni e Pio­li) sono stati licenziati prima dell’inizio, al­tri due (Gasperini e Bisoli) sono saltati do­po poche giornate. Il calcio italiano è sem­pre molto volubile?
«Guardi, io capisco tutto ma c’è una cosa che proprio non riesco a capire...»

Quale...
«Ripeto, qui hai a che fare con squadre abi­tuate a lottare su più fronti, con “rose” ric­che. La gestione di più obiettivi non è sem­plice: non puoi pensare di impiegare sem­pre gli stessi giocatori, devi provare a fare il turn over. Ma poi può capitare che i tito­lari, «Ma come si fa a licenziare un allenatore prima dell’inizio del campionato? E’ evi­dente che a un simile epilogo si arriva per­ché manca una strategia. Si immagina che all’assunzione di un tecnico giunga dopo averlo valutato, averne conosciuto i meto­di di lavoro, i sistemi di gioco. Invece, si ar­riva al fischio d’avvio e sei già fuori. Non riesco a trovarci un senso. Io so che quan­do si sceglie un calciatore lo si passa ai rag­gi X, si cerca di saper tutto di lui: qualità tecniche, qualità fisiche, stile di vita. Cre­do che una valutazione analoga debba es­sere fatta anche per gli allenatori. E se non la si fa, allora vuol dire che un tecnico va­le l’altro, che se ne sceglie uno piuttosto che un altro perché costa meno o perché te lo ha consigliato qualcuno che poi ti porta anche qualche giocatore».

Lei è sempre lì che aspetta...
«Ho avuto parecchie offerte ma non la pro­posta intrigante. D’altro canto, negli ultimi anni penso di aver fatto bene, ho portato la Lazio in Champions, ho vinto la Coppa Ita­lia, ho portato il Palermo in Europa League e in finale di Coppa Italia. E questi risulta­ti non li ho ottenuti guidando il Milan, l’In­ter o la Juve».

In giro si sente parlare del Genoa.
«Glielo dico sinceramente: mi ha cercato il Bologna».


Perché non ha accettato? Non la convince­va la squadra?

« No, non si tratta di questo. E’ che sto chiacchierando con un club straniero e il Bologna aveva bisogno di risolvere subito la situazione».

Non andando al Palermo ha consentito a Mangia di allenare per la prima volta in A.
«Sta facendo bene, mi piace come mette in campo il Palermo. Hanno rifatto completa­mente la squadra e hanno riaperto il ciclo con giocatori nuovi».

Lei era più legato ai vecchi? Perciò ha de­clinato l’invito di Zamparini?
«No, questo non c’entra niente. D’altro can­to, io sono convinto che a nuovi allenatori devono corrispondere nuovi giocatori. So­lo in Italia accade che ci si tengano i gioca­tori e si ingaggi un nuovo tecnico. All’este­ro non funziona così: si cambiano i gioca­tori non l’allenatore, Wenger è l’esempio più lampante».

Fra i suoi colleghi qualcuno sta facendo vedere qualcosa di nuovo?
«No, non vedo nulla di nuovo. Poi la bravu­ra di un allenatore è far apparire semplici anche le cose difficili. Uno vede giocare il Barcellona e dice: semplice. Ma non è ve­ro » .