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Cambia il risultato, ma non il sorriso di Luis Enrique

Redazione

(Il Romanista - L.Pelosi) I luoghi comuni hanno sempre un fondo di bugia. Per trovare la verità spesso basta leggerli al contrario e c’è anche chi in questo modo ci fa i libri.

Vale anche per la Roma di Luis Enrique, che quando perde fa il gioco del tecnico asturiano e quando vince invece no. Primo luogo comune: con l’Atalanta possesso palla solo del 51%, quindi la Roma ha vinto perché non l’ha fatto. Bene, sapete quanto possesso palla fece la Roma contro il Cagliari? 53%. E se non è sufficiente, basterebbe ascoltare Luis Enrique: «Il possesso palla serve per arrivare in porta». Davvero qualcuno pensava che il gioco che vuole l’allenatore fosse quello visto col Cagliari o col Siena? Se non è sufficiente il tecnico, sentite Borini: «Al mister abbiamo detto che ci sentivamo troppo condizionati dalla ricerca del possesso palla. Ma lui ci ha risposto :"Io non vi ho chiesto questo. Dovete sentirvi liberi di tirare da lontano, di sfruttare le occasioni quando si presentano". E le cose sono migliorate».

Ma li avete contati i tiri da fuori l’altro ieri? Secondo luogo comune, nato a Parma, sedimentatosi nella settimana di chiacchiere e rispuntato alla grande dopo l’Atalanta: la Roma gioca meglio quando verticalizza, invece Luis Enrique vuole giocare solo in orizzontale. Se fosse così, come mai l’allenatore ha assistito al primo tempo senza intervenire quasi mai per correggere i movimenti dei giocatori, come invece ha fatto nella prima metà della ripresa? E inoltre, assodato che il gioco s’ispira al Barcellona (e dando per scontato che Rosi non è Dani Alves, senza offesa e senza complimenti per nessuno), prendete gli 8 gol realizzati dai blaugrana contro l’Osasuna pochi giorni fa: 6 su 8 nascono da verticalizzazioni. Il secondo è esattamente uguale al 3-1 sull’asse Pjanic-Simplicio in Roma-Atalanta. Eccessivo paragonarsi al Barcellona A? Ok, basta parlare con chi ha seguito il Barcellona B fino all’anno scorso. Vi dirà che Luis Enrique tutto è tranne che un tecnico ortodosso e sempre uguale a se stesso. Ha sempre inserito varianti nel suo gioco. Il quale però ha un punto in comune con quello di Guardiola: dopo il possesso palla, segue la verticalizzazione. Non a caso chi ha parlato con il tecnico ieri lo ha definito «felicissimo» per la prestazione.

I luoghi comuni sono come gli esami, non finiscono mai (e anche questo è un luogo comune, vabbè). Anche quando ormai dovrebbe essere chiaro che Totti è un trequartista. Chiaro fin da Brunico, in realtà, e in ogni caso bastava ascoltare Luis Enrique nella conferenza stampa prima della partita col Siena. «Attacchiamo in undici», disse. E poi raccontò la sua formazione: «Il portiere, gli esterni, i centrali, il regista, gli intermedi, il trequartista, gli attaccanti». Sì, disse «il trequartista ». Totti segnerà di meno? Forse. Ma gioca più palloni. E dov’è l’errore se quello che sa toccare meglio di tutti il pallone (e sa verticalizzare) ne gioca più di tutti? Sì, ma Osvaldo e Bojan, e neanche Borriello, sono attaccanti esterni. L’ultimo luogo comune è stato anche il primo a nascere e forse sarà l’ultimo a cadere: gli attaccanti esterni non esistono, nel modulo di Luis Enrique. Sugli esterni spingono Josè Angel e Rosi. Gli attaccanti devono fare i tagli come quello che di Bojan prima dell’1-0. Aspettando una verticalizzazione, come fanno gli attaccanti del Barcellona. Niente paura, siamo solo la Roma. Una Roma fuori dal (luogo) comune.