Forzaroma.info News AS Roma “In un Battito”, un cuore da ricostruire e una vita da riprendere: così Bove è rinato dopo il malore

“In un Battito”, un cuore da ricostruire e una vita da riprendere: così Bove è rinato dopo il malore

Federico Grimaldi
La paura di non tornare, il dolore di sentirsi lontano dal proprio mondo e la forza di ricominciare: il docufilm racconta l'uomo dietro il calciatore

La voce di Francesco Repice. Luca Ranieri che va alle mani con uno dei soccorritori dell'ambulanza. Poi le voci da tutto il mondo. Inghilterra, Spagna, Francia: un'apprensione che attraversa i confini. “Edoardo, siamo con te”. Il docufilm 'In un Battito', dedicato a Edoardo Bove, parte da qui. Dal giorno in cui il calcio si è fermato per lui e per tutti quelli che hanno temuto di perderlo. Ma non ci resta a lungo. Perché la storia che vuole raccontare comincia soprattutto dopo. Quando le telecamere si allontanano dal campo, dal Bove calciatore. E si entra in quella di un ragazzo che in un attimo ha perso tutto.

Il vuoto

Bove ricorda quel maledetto primo dicembre soltanto a frammenti. È uno dei temi centrali del film. Un giorno vissuto senza viverlo davvero. Un buio profondo, un letto d'ospedale, il corpo che in un attimo perde calore. Lui stesso racconta di aver pensato che fosse successo tutto subito, salvo poi rendersi conto di quanto sia difficile ricostruire quei momenti. La mente ha bisogno di ricordare, di dare un senso a quello che accade. Ma non sempre i ricordi sono nitidi. A volte sono frammenti, sensazioni, immagini che si confondono. Bove sente che qualcosa è successo, ricorda alcuni passaggi dell'ambulanza, ma non riesce a ricostruire tutto. Il docufilm non forza il racconto e non cerca risposte dove ancora non ci sono. Lascia spazio al vuoto, alla paura e alla difficoltà di dare un nome a quello che è successo. Ed è la scelta giusta.
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Un ragazzo prima di un calciatore

Il docufilm alterna presente e passato con continuità. Il bambino in braccio al padre. La madre distrutta. I primi calci al pallone. I trofei e la maglia della Roma Primavera incorniciata nella casa di famiglia. Poi il debutto con i giallorossi nel 2021, a soli 18 anni. I gol, quello storico contro il Bayer Leverkusen. Infine la Fiorentina, dove conquista l'affetto dei tifosi viola. Nello spogliatoio scherza con tutti, porta il sorriso, costruisce rapporti. È il ragazzo che i compagni conoscono e apprezzano, ben prima di diventare il protagonista di una storia che nessuno avrebbe voluto raccontare. Perché il calcio, per lui, non è soltanto una professione. È una parte della sua vita, qualcosa che lo accompagna fin dai primi tempi con la sua Boreale e che contribuisce a definirlo. Edoardo lo sa bene. Quando gli viene chiesto come starebbe se non potesse più giocare, risponde senza giri di parole: “Starei malissimo”. Non c'è bisogno di aggiungere altro.

La mental coach e la teca

Il cuore del film, in ogni senso, sono le sedute con la mental coach. Parlare del trauma, lavorarci, concedersi il tempo della tristezza. Ma anche provare a scoprire altri “Edoardi”, oltre quello che vive per il calcio. Bove racconta le giornate in cui non ha voglia di fare niente, non vuole rispondere ai messaggi e si stanca di ripetere come sta. "Non mi va di dire sempre le stesse cose". Ogni domanda lo riporta a quello che è successo. Ogni conversazione rischia di trasformarsi in un altro confronto con il malore. Il lavoro con la mental coach serve anche a questo: cambiare il modo in cui quell'esperienza pesa su di lui, senza negarla. Imparare a convivere con la paura e provare a costruire qualcosa di nuovo. La scena più forte è quella della teca. Disteso sul divano, esercizi di respirazione. Gli occhi si chiudono, Edoardo entra in un'altra dimensione. Guidato dalla voce della dottoressa, Bove immagina il proprio cuore chiuso lì dentro. Non riesce a vederlo bene, perché il vetro è sporco. Non riesce a toccarlo, allora lo accarezza attraverso la teca. La mental coach lo invita a immaginarne una nuova. Edoardo la apre, sostituisce quella vecchia e ne mette una più pulita. Quel cuore, fino a quel momento legato alla paura e all'incertezza, può trovare una nuova casa. Più avanti Bove disegnerà quel cuore - in giacca e cravatta - e lo mostrerà alla telecamera. Ripartire. Far entrare nella testa che possono esistere altri Edoardo, rispetto a quello ammirato in campo. Lui inizia a capirlo.

Guardare in faccia la realtà

Ancona. Il letto d’ospedale. Il padre vicino a lui, in lacrime. Vorrebbe dirgli che andrà tutto bene, ma non ci riesce. Edoardo ha una speranza negli occhi: tornare a giocare. Parla con i dottori, crede in un futuro roseo. I medici però lo frenano: la sua cardiomiopatia è grave. Serviranno altri esami, ma il quadro non è dei migliori e le speranze di rivederlo in campo si riducono. Lui piange. Il padre anche. “Mi sento bene”, gli si sente ripetere più volte. È marzo, a quattro mesi dal malore. Bove comincia a guardare in faccia la realtà: in Italia, almeno per ora, non potrà tornare a giocare a calcio. Deve aspettare. E da qui inizia a condividere i suoi pensieri con lo spettatore. Con Edoardo. Con tutti. Poi si dirige al Viola Park. Abbraccia i collaboratori, piange. Deve dare la notizia, che diventa di dominio pubblico. Poi arriva la partita con la Roma, all’Olimpico. Edo c’è. Cammina e, a fine gara, va sotto la Sud. Si prende l’abbraccio dei suoi tifosi. Piange. Dice che è il giorno più emozionante della sua vita. Non è finita. Ma una parte di lui, quel giorno, ha preso piena consapevolezza di tutto quello che è successo. Non molla, però. Anzi. Continua a lottare. E l’attesa di rivederlo in campo c’è ancora.

L'attesa, la speranza e il no

La parte più dura è l'attesa. Anzi. La speranza. Quella di Bove di tornare a giocare a calcio. Il film continua a seguire le visite, i colloqui con i medici e la speranza di trovare una strada per tornare a giocare. Bove vuole fare da apripista, capire se in Italia sia possibile scendere in campo con un defibrillatore impiantabile. Il 18 luglio arriva un passaggio decisivo. L'ablazione dovrebbe rappresentare uno degli ultimi ostacoli prima di un possibile ritorno, ma la situazione non si risolve come sperato. Le immagini della sala operatoria sono cariche di tensione. Il padre piange, Edoardo aspetta. Poi arriva il verdetto: niente idoneità sportiva in Italia. È il momento in cui la speranza si spezza di nuovo. Bove piange, non se lo aspettava. "Ci avevo creduto di nuovo, forse il problema sono io". La rabbia prende il sopravvento e le parole sono durissime: “Speranza di m....”. Il padre resta senza parole. Anche lui aveva creduto che, dopo tanta fatica e attesa, potesse ottenere il via libera. Invece, dopo avergli lasciato intravedere una possibilità, tutto sembra precipitare di nuovo. E qui torna il Bove triste, teso, arrabbiato. "Ora mi fa male persino vedere dei bambini giocare in spiaggia, vedere i miei compagni di allenamento giocare". Insomma, "rosica" - afferma con voce spezzata e infelice. E non potrebbe essere altrimenti. Perché non ha mai smesso di amare questo sport, ma adesso non può viverlo come vorrebbe. “Non avevo mai perso l'amore per il calcio come adesso”. È una delle confessioni più dolorose del docufilm.

Londra, i pareri e la scelta

In Italia gli dicono di no. Lui non si arrende. La decisione è quella di ottenere un altro parere medico. Andare a Londra, cercare altre risposte e confrontarsi con degli specialisti. "Qui la mentalità è differente", afferma Edoardo. "Le cose te le dicono in faccia, senza usare il condizionale". Arriva il giorno della visita. Accompagnato dal suo inseparabile manager - Diego Tavano - si reca nello studio del cardiologo della Premier League, uno dei migliore del settore. Torna la speranza. Poi smorzata. Perché un altro medico ritiene necessario procedere con l'ablazione. Edoardo non vuole. Piange. Di nuovo. Perché non vorrebbe sottoporsi a un nuovo intervento. Si sente bene e fatica ad accettare l'idea di dover affrontare un altro ostacolo. “Non è giusto”, ripete continuamente, mentre la speranza torna a scontrarsi con l'incertezza. Si era già immaginato di nuovo in campo, magari con una nuova squadra.

Adesso deve fare i conti con un'altra attesa. Poi arriva un ulteriore parere dagli Stati Uniti, da Cleveland: la possibilità di ricominciare a giocare e monitorare la situazione. Non è una strada priva di incognite, ma rappresenta un nuovo spiraglio. A dicembre 2025 arriva il bivio. Il Watford - squadra inglese di Championship (Serie B inglese) - lo vuole e la proposta apre una possibilità concreta. Bove riflette: è tavola con la sua famiglia, con i suoi affetti. Insieme valutano anche gli aspetti economici, ma alla fine la scelta è soprattutto personale. “Torno a giocare perché, se non lo faccio adesso, mi rimarrà tutta la vita come rimpianto”. È il momento di provarci. Risolve il contratto con la Roma e accetta l'offerta del Watford, con un accordo iniziale di sei mesi e la possibilità di proseguire. Seguono la cena, il brindisi e i saluti. Una nuova vita lo aspetta in Inghilterra, lontano da casa.

Il ritorno

Il finale è l'ingresso in campo contro l'Ipswich e il gol che chiude un cerchio durato 12 lunghi mesi. Ma senza alcun tipo di trionfalismo. Il docufilm non trasforma il ritorno in una favola e non cancella il dolore attraversato per arrivarci. Racconta, piuttosto, un ragazzo che ha dovuto imparare a convivere con l'incertezza e a trovare un'altra strada quando quella che desiderava sembrava ormai chiusa. Il calcio torna a esserci, ma non è più l'unico centro della sua vita. Ed è qui che arriva la frase che racchiude il senso dell'intero film: “Il dono più grande è aver ritrovato me stesso, non il campo”. Poi Bove cammina sulle fotografie della sua vita e pronuncia le parole che danno un significato diverso a tutto quello che abbiamo visto: “Io sono Edo con o senza il calcio e non lo dimenticherò mai”. Infine apre una porta ed entra. Fine. Senza bisogno di aggiungere altro. Semplicemente, 'In un Battito'.
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