Totti, il tempo non conta: gli eroi non invecchiano mai
Mezzo secolo di eternità. Insieme. Anche quando la sua Roma, perché resterà per sempre sua, ha deciso di non voler contare più su di lui. Sul ragazzo, l'uomo, il calciatore e il campione che più l'ha resa famosa in tutto il mondo. Mezzo secolo di Francesco Totti, l'uomo che in Italia è al pari solo di Vasco Rossi per aver unito tutte le generazioni. Da chi è nato nel 1927 (data non scelta a caso) a chi ha appena 10 anni. E non l'ha visto giocare, purtroppo. Ma di lui ha sentito parlare, ha visto video, ha convissuto i primi anni di vita con l'eco di gesta che saranno indimenticabili. Ma si contano gli anni a un eroe? No. Vi siete mai chiesti quanti anni ha Spider Man o Ulisse? Quando andrà in pensione Batman o Thor? E allora festeggiamolo Francesco, ma senza l'ansia di contare le candeline. Manca Totti, manca a tutti. Alla Roma, al calcio italiano, a un tempo che corre troppo. Maledetto tempo, maledetto come chi ha spinto per la sua uscita dal campo. In modo brusco e inappropriato. Ma oggi non c'è spazio per le polemiche. Perché a noi piace un'altra immagine di Totti. Quella di Porta Metronia dove il tempo non passava, rotolava. Rotolava insieme a quel pallone di cuoio sbucciato che Francesco portava ovunque, come un’estensione del braccio, un sesto senso che gli pulsava tra le dita dei piedi. C’era una malinconia fiera nei suoi occhi di bambino, la consapevolezza precoce che quel dono non era solo suo, ma apparteneva alla strada, ai vicoli, all’aria densa di Roma.
Ogni rincorsa era un atto d’amore, ogni stop di petto una promessa di fedeltà eterna a quei colori che ancora non indossava, ma che portava già scritti nel DNA. Non giocava per vincere, giocava per fermare il tempo. Lo ha sempre fatto, anche quando i capelli da biondo diventano quasi bianchi. Con quelle ginocchia sbucciate, quelle caviglie gonfie e quella fronte sudata Francesco è uscito dai campi di calcio. Ma non dal cuore di una città. "Totti è la Roma", come ha scritto la curva Sud che di Romanismo non può accettare lezioni da nessuno. Quando chiude gli occhi Francesco la rivede quella Roma a colori intensi, più accesi. Risente la voce di papà Enzo, quella dei compagni di gioco che lo invitano sul campo, quella del bagnino di Torvaianica che gli dice “basta col pallone”. Ma anche quei cori assordanti allo stadio, quei boati intrisi di fumogeni e passione dopo un gol. Il caos dell’Olimpico, quello di Testaccio, le serate all’Eur, le mattine fresche a Trigoria. Totti è stato Roma, anzi è Roma. Entrambi sono complessi, caotici, arroganti, ma incredibilmente passionali. Pochi più di lui hanno incarnato l’anima guascona e il cuore spezzato, la capacità di prendersi in giro con intelligenza e la serietà quasi drammatica con cui affrontava le sfide. Per chi scrive è stato fratello maggiore, amico, idolo, personaggio da raccontare. La sua carriera è una dichiarazione d’amore lunga venticinque anni. Ha rinunciato alla gloria facile con Real Madrid o Milan per restare l’unico re della sua città, il “Re di Roma”. Oggi, il rapporto ha assunto sfumature diverse ma non è cambiato. Francesco è ancora (non sarebbe, è) il testimonial perfetto di Roma e della Roma. Probabilmente lo sarà sempre. Ma lo è anche di una città che si oppone in tutti i modi a un cambiamento coatto, quasi fisiologico. Sì, Francesco è Roma. E allora oggi è la festa di tutti noi.
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