De Rossi: «Gerrard il mio riferimento»

di Redazione, @forzaroma

(Gazzetta dello Sport – M.Cecchini) Miti, maestri e malinconie. Ovvero Gerrard, Capello e certe ferite mai rimarginate.

L’universo inglese di Daniele De Rossi è uno spartito di sensazioni da suonare su diversi registri. «Sarebbe stato meglio incontrare l’Ucraina, anche perché l’Inghilterra ha Gerrard, un mito. È uno dei più grandi del mondo da 10 anni e si può solo ammirare. Non so in che ruolo giocherò, ma sono orgoglioso che Prandelli mi abbia definito un universale. Ecco, Gerrard è l’emblema di questo calcio. Va in chiusura nella sua area e poi lo ritrovi in quella avversaria per far gol. Mi piacerebbe avvicinarmi a questo modello».

Il suo ruolo preferito è chiaro: «Anche se non pensavo di trovarmi così bene dietro, mi piace soprattutto giocare davanti alla difesa, ma ho davanti Pirlo, uno dei più forti della storia, e io so adattarmi. C’è invece chi, se lo sposti, si perde o fa le bizze». Merito anche di Capello? «Mi ha preso negli allievi e mi ha lasciato alle soglie della Nazionale. Dire che gli devo tutto è poco. È un valore aggiunto per ciò che sa dare nel preparare i match e nelle motivazioni. Ha mostrato coerenza nell’andare via. Negli inglesi ora c’è un’impronta italiana e in difesa non sono sprovveduti».

STORIE ROMANE Detto della «attrazione reciproca» con la Premier («ci ha superato come fascino e contenitore di talenti, così come la Spagna»), il passato inglese per lui è poco lieto. «A livello di Nazionali non ci ho mai giocato contro, ma con la Roma non sono mai stato fortunato. Contro lo United ho segnato il mio gol più bello e più inutile (7-1, ndr). Poi, da tifoso, quel Roma-Liverpool dell’84 è una ferita che nessun Italia-Inghilterra potrà mai rimarginare». Romanismi. «Ho parlato al telefono con Zeman. Sono curioso. Ha riportato entusiasmo in un ambiente addormentato. Mercato? Speriamo bene. Resta valido ciò che ho detto dopo l’ultima giornata». Cioè che servono organizzazione, velocità e soldi.

CASO BALOTELLI De Rossi non si tira indietro neppure su Balotelli. «Non mi sembra che sia così solo, ma Mario comincia a diventare grandicello, è un ometto, sa che deve prendersi le sue responsabilità. Al suo posto, io vorrei essere trattato come gli altri. Nessuno per me ha avuto un occhio di riguardo nel 2006 dopo la gomitata e la squalifica. Queste sono cose che rafforzano. Sa quello che deve fare senza che nessuno gli dica “Stai calmo”. È abituato alle pressioni dei tabloid. Poi se sono cattivi loro o se è lui che gli dà da mangiare, dovete chiederlo a lui. È forte, è giovane è ha fatto qualche casino. Mi sembra che non soffra la popolarità. Ora però siamo in ritiro e non può fare nulla. Ma non concentriamo tutti i discorsi su di lui. A volte ci sono giocatori che danno meno di quello che potrebbero».

Messaggio forte e chiaro. Come quello finale. «La storia dice che ci esaltiamo nelle difficoltà e contro grandi avversari. Chi sarà più bravo andrà avanti. Mancano solo tre passi per arrivare in fondo. Belli grandi però».

 

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