Roma Avanti a testa bassa Il dg Baldini duro sulla crisi respinge le critiche: ora diamo fastidio «Io resto, Zeman non si discute. È una squadra da Champions»

di Redazione, @forzaroma

(Il Tempo – A.Serafini) Come un fiume in piena pronto a superare tutti gli argini, Franco Baldini ha aperto ieri le porte della sala stampa di Trigoria, per smentire e chiarire tutte le voci che lo vedevano pronto ad interrompere in tempi brevi la sua avventura nella capitale.

Un’opera di smobilitazione generale, dovuta agli scarsi risultati della squadra, che avrebbe dovuto coinvolgere l’intero impianto dirigenziale giallorosso. Tra attacchi e riferimenti precisi al complesso sistema mediatico romano, il dg ha provato anche a spiegare, cause e responsabilità di un deludente inizio di stagione. «Non avrei più lavorato in Italia se non alla Roma. Tutto questo viene sempre destabilizzato da voci che riguardano partenze mie o di altri dirigenti.Vi assicuro che la proprietà mi conferma la fiducia ogni giorno. Noi ci siamo abituati da tempo al fatto che le radio ci diffamino e danno informazioni completamente false. Dalle testate più serie ci saremmo aspettati quanto che verificassero con più autorevolezza le notizie. Quello che è stato detto in questi giorni è completamente falso. C’è la volontà di destabilizzare la piazza. Se accettavo delle condizioni, scendendo a patti sarebbe stato più facile anche per i giocatori».

Di chi è la responsabilità? Perchè la squadra non ha senso di appartenenza? «Non gli manca sempre, a San Siro eravamo tutti qui a dire che eravamo una squadra forte con un allenatore fortissimo, ora si dice tutto il contrario. Abbiamo responsabilità che cerchiamo di fronteggiare ogni giorno». Pallotta manca da molto tempo: non vi sembra che i giocatori possano pensare che manca il padrone? «Noi abbiamo le chiavi di casa, se i giocatori non sentono la presenza è colpa nostra non certo della proprietà che è a 12.000 chilometri di distanza. Con gli americani ci confrontiamo tutti i giorni». Quanto è soddisfatto del lavoro fatto da quando è tornato a Roma? «Il mio umore cambia in base ai risultati. Dal punto di vista organizzativo e delle risorse messe a disposizione sono soddisfatto, dal punto di vista sportivo meno, ma sono convinto che lo sarò tra poco tempo». Negli ultimi tre anni sono cambiate proprietà, allenatori e giocatori. Perchè i problemi sono sempre gli stessi? «Potrebbe essere che i dirigenti e la gente che lavora a Trigoria non riescano a trasmettere alla squadra determinati valori. Sabatini ha detto certe cose per provocare reazione nei giocatori stessi, voleva suscitare una reazione». Lavorare con i giovani a Roma è difficile con questa pressione? «Mettetevi d’accordo, dite sempre che è una squadra giovane, poi quando viene surrogata per aiutarei a crescere diventa vecchia. Gli incidenti di percorso fanno male più a noi che a voi, questa società non si fermerà, è solida e ha degli obiettivi precisi». Quali possono essere gli obiettivi stagionali? Il calcio italiano è mediocre… «Anche nei giornalisti è mediocre. Gli obiettivi che ci siamo imposti quest’anno è che vogliamo competere per la Champions». Lei ha detto che a Roma non si è abituati a vincere e nemmeno manca. «Lo denunciavo come un problema non come un dato di fatto. E ho detto anche che quella che era la differenza tra noi e la Juventus. Se un tossicodipendente è abituato a farsi tutti i giorni, quando smette va in crisi di astinenza arrivando persino a rubare. Se invece uno si fa ogni 12 anni, come vinciamo noi, non gli manca la vittoria. Dobbiamo sopperire a questa differenza con altre qualità».

L’anno scorso avete fatto scudo a Luis Enrique. Quest’anno con Zeman? «Non prendiamo in considerazione la possibilità di fallimento». Zeman ha detto che i giocatori non fanno quello che dice. «Le partite con Bologna e Sampdoria hanno sottolineato che abbiamo fragilità ma anche molta qualità, i risultati hanno minato queste convinzioni. Bisogna crederci sempre». Si sente colpevole per aver mandato via Zeman per Capello nel ’99? «In quella Roma ero un consulente del presidente. Un rapporto che iniziò con Paulo Sergio e Konsel. Non ero un dirigente all’epoca, ero un procuratore».

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