Mazzarri-Garcia: le vite parallele

di finconsadmin

 Poichè la vita di ognuno di noi è quella cosa che esce da «unisci i puntini» come nella settimana enigmistica, siamo qui a ripercorrere il cammino di Rudi Garcia e Walter Mazzarri, per scoprire che il percorso professionale di entrambi – puntino dopo puntino – è incredibilmente simile, e così il disegno che ne esce.

 

Come riportato nell’edizione odierna del Corriere dello Sport, a fregare Rudi è la schiena. Il dolore non gli dà tregua. A fregare Rudi è anche il ginocchio. Calciatore discreto, Garcia, cinque anni al Lilla, tre al Caen, centrocampista d’attacco assai dimenticabile, di quelli che – se oggi non fosse chi è – vent’anni dopo ti chiedi: ma te lo ricordi quel Garcia, che fine ha fatto? In quegli stessi giorni molla pure Walter, alla Torres, dopo un infortunio. Ha avuto una carriera onesta, niente di più. Trequartista con vocazione al rimpianto. Voleva essere Antognoni.

 

Dopo due anni da tattico, Garcia assume il comando del Saint Etienne. Quell’anno, prima squadra di Walter: Acireale, C2, girone dei dannati, equivalente di Dijon, Dijon, Digione, serie C francese, panchine di lamiera, «quatre pelés et un tondu», quattro gatti sugli spalti, quando ci sono (gli spalti): Garcia ci arriva l’anno dopo a dimostrazione che entrambi sono partiti da molto lontano.

 

Promossi entrambi. Rudi porta i dilettanti del Digione in Ligue 2, la nostra serie B. Walter nel 2003-04 è a Livorno, a due passi da casa. Al suo primo anno in serie B viene promosso subito, Cristiano Lucarelli (che nello spogliatoio gli nasconde le sigarette) e Igor Protti la coppia d’attacco: impresa storica, erano cinquant’anni che in città mancava la A.

 

Passano entrambi dalla provincia dove si cullano di certezze (e dove più di così è impossibile fare) ad una piazza più ambiziosa. Digione-Le Mans (Garcia). Reggina-Sampdoria (Mazzarri). Rudi ha a che fare con un africano indolente, talentuoso ma indisciplinato, un velocista che corre senza un traguardo, uno interessato ai tagli offensivi, nel senso delle capigliature che offendono il buon gusto. Il califfo si chiama Gervais Yao Kouassi, in arte Gervinho. Rudi, quell’anno al Le Mans, ne farà un giocatore di livello internazionale. Nella stessa estate Walter ha a che fare con un bullo che si frigge nell’olio della sua classe immensa, una promessa a intermittenza che ha appena toccato il punto più basso della sua fulminea carriera. E’ stato al Real Madrid, ha fatto pena, solo cinque partite da titolare. Ciccione, sudato, affamato: prendeva a calci un distributore di merendine e poi le scartava, almeno quelle. Le matte risate. Il cicciobello si chiama Antonio Cassano.

 

Me ne vado (Garcia). Fallo pure (il ds Thuilot). Ti sei comportato male con me (Garcia). Pfff (Thuilot). Ecco le dimissioni (Garcia). No tu resti (il presidente Seydoux). Il tira e molla dura sedici giorni. Alla fine Garcia si fa convincere: resta. Nasce il Lille che due anni dopo farà il bis in Francia: titolo e coppa. E Mazzarri? Se ne va dalla Sampdoria, dopo un biennio, rapporto chiuso consensualmente. Se c’è, il veleno è sotterraneo. Sembra destinato al Palermo. Salterà tutto.

 

Alla guida di un club che non vince il titolo da cinquantasette anni, Garcia trionfa in Ligue 1 e in Coppa di Francia. Sempre a maggio il Napoli di Mazzarri si qualifica per la Champions League a ventuno anni dall’ultima volta, nell’era maradoniana. Garcia viene premiato come allenatore dell’anno in Francia. Mazzarri viene premiato dagli allenatori di Arezzo con il Timone d’Oro. (Beh, qui qualche differenza c’è).

 

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