Roma, si conclude l’era di Pradé ds: in 6 anni buone intuizioni e qualche errore

di finconsadmin

(di Alessio Nardo) E’ tempo di rivoluzione in casa Roma. Con l’imminente arrivo degli americani guidati da Tom DiBenedetto sono tanti i cambiamenti da registrare. Vincenzo Montella è pronto a lasciare il suo posto in panchina a Luis Enrique, mentre Daniele Pradè (possibile nuovo collaboratore di Baldini) è stato di fatto sostituito da Walter Sabatini nel ruolo di ds.

44 anni, dieci dei quali spesi a Trigoria, ben sei svolgendo le mansioni di direttore sportivo: dall’addio di Franco Baldini nel 2005 all’arrivo di Sabatini nel 2011. La primissima scelta del consorzio statunitense sa tanto di bocciatura. Si sentiva il bisogno di un avvicendamento, dopo sei stagioni tormentate. Qualche buona intuizione, tanti errori, nessun giovane di valore portato a Trigoria, pochi soldi non sempre gestiti nel modo ideale. Ripercorriamo gli anni di Pradé ds, comunque forgiati da tre trofei: due Coppe Italia (2007 e 2008) e una Supercoppa Italiana (2007).

I COLPI – Pradé acquisisce piena operatività nel ruolo di direttore sportivo nella primavera del 2005 e il suo primo compito è assai arduo: ricostruire la Roma dalle macerie di una stagione disastrosa, contraddistinta dai quattro cambi in panchina e dalla Serie B sfiorata. Il suo primo colpo è l’acquisto a parametro zero di Doni, semisconosciuto portiere brasiliano: per tre stagioni sarà il fido guardiano della porta romanista, vincendo tre coppe e sfiorando lo scudetto nel 2008, oltre a partecipare (nel 2006) all’indimenticabile striscia record delle undici vittorie consecutive. I migliori affari di Pradé arrivano nell’estate del 2006: il portiere di riserva Julio Sergio (anch’egli quasi scudettato da titolare nel 2009-2010), i due terzini Cassetti e Tonetto, il regista cileno Pizarro e l’attaccante montenegrino Vucinic. Un’ottima campagna acquisti. Dal 2007 in poi, pochi affari: Juan preso per soli 6 milioni di euro dal Bayer Leverkusen, Giuly dal Barça per 3,2 milioni, Riise strappato al Liverpool per 6 milioni, Burdisso in prestito dall’Inter, Toni dal Bayern e Borriello dal Milan. Difficile stabilire l’effettiva riuscita dell’affare Ménez: il francesino, approdato nel 2008 dal Monaco per 10,5 milioni, ha vissuto stagioni di alti e bassi. Egli resta tuttavia l’unico under 22 di grande qualità portato a Trigoria da Pradé nei suoi sei anni di lavoro. Tra le altre buone operazioni dell’ormai ex ds, impossibile dimenticare le cessioni di Mido al Tottenham nel 2006 per 6 milioni di euro (un capolavoro) e di Chivu e Mancini all’Inter rispettivamente per 16 e 13 milioni.

I FLOP – Errare è umano, ma a conti fatti sono davvero molti i colpi ‘mal riusciti’ di Daniele Pradè. Nell’estate del 2005, peraltro condizionata dal parziale blocco del mercato imposto dalla FIFA per il caso Mexés, il giovane dirigente porta a Trigoria a parametro zero Kuffour e Nonda, ex campioni africani sul viale del tramonto, e nella seconda metà d’agosto strappa alla concorrenza Alvarez, Kharja e il portiere greco Eleftheropoulos. Nel 2006, come detto, svolge un buonissimo lavoro fallendo solo tre colpi: Gilberto Martinez, difensore del Costarica mai impiegato da Spalletti a causa di un ginocchio devastato; Rodrigo Defendi, giovane meteora brasiliana, e Ricardo Faty, promettente mediano francese mai sbocciato. Da gennaio 2007 iniziano i pasticci con la ‘P’ maiuscola: Tavano e Wilhelmsson sulla carta appaiono due ottime scelte, ma il campo boccia la duplice operazione di Pradé. Nell’estate successiva arrivano a Trigoria i vari Barusso, Pit, Zarineh, Esposito, Antunes e Andreolli, ma il vero flop è l’ingaggio di Cicinho per 9 milioni di euro dal Real Madrid, ‘bissato’ l’estate successiva con l’arrivo in pompa magna di Julio Baptista (altri 9 milioni donati alle merengues). Oltre alla Bestia, nel 2008 Pradé porta a termine altre tre operazioni infelici: il duplice ingaggio di Artur e Loria dal Siena (con Galloppa e Curci ceduti ai toscani) e quello del giovane Filipe, desaparecido brasiliano svincolato dalla Fiorentina. Non vanno a buon fine nemmeno i due affari del gennaio successivo: Souleymane Diamoutene e Marco Motta. Nell’estate 2009 c’è spazio per i deludenti arrivi di Guberti a giugno e del duo Lobont-Zamblera in extremis. Le ultime ‘gaffe’ sono assai recenti, datate 2010: il grottesco acquisto di Adriano, l’appesantito Simplicio a parametro zero, il mediocre Castellini in prestito, il flop Burdissino.

LE OCCASIONI PERSE – Oltre agli affari in entrata e in uscita, è inevitabile rammentare alcune operazioni ‘mancate’. Su tutte quella legata a Samuel Eto’o. L’attaccante del Camerun nel 2008 fu davvero vicino a vestire la maglia giallorossa. Pep Guardiola, allora esordiente tecnico del Barcellona, fece subito intendere di non voler puntare sul formidabile centravanti africano. “Due anni fa stavo per firmare un contratto con la Roma”, le parole rilasciate da Eto’o il 4 novembre 2010 alla trasmissione Mediaset “Chi ha incastrato Peter Pan”, confermate più volte dall’agente FIFA Ernesto Bronzetti. Il club giallorosso arrivò ad un passo dal colpo del secolo, ma alla fine si decise di puntare altrove a causa dell’alto ingaggio del giocatore, approdato all’Inter 12 mesi più tardi. Pradè, dopo aver rinunciato ad Eto’o ed inseguito Mutu, ripiegò su Baptista. Sempre sul finire dell’estate 2008, il ds romanista sfiorò l’acquisto di Diego Milito dal Saragozza, ma i rapporti freddi con l’agente Hidalgo frenarono l’operazione sul più bello. Il ‘Principe’ sarebbe potuto arrivare per 8 milioni di euro (Pradé decise invece di prendere Ménez a 10,5), ma finì prima al Genoa e poi all’Inter. Con la maglia nerazzurra tolse alla Roma lo scudetto e la Coppa Italia nel 2010. Le ultime due grandi occasioni ‘mancate’ sono state recentemente svelate da Salvatore Bagni, neodirigente del Bologna, “Alla Roma in passato non ho proposto soltanto Lavezzi. Ma anche Di Maria, a 3,5 milioni di euro. E prima ancora avevo proposto Palacio. Il fatto che le operazioni non furono messe in piedi si può ricondurre anche a pianificazioni diverse, che contemplavano altre scelte“. La ricerca del grande nome a discapito dell’effettiva qualità. Un ragionamento un po’ troppo superficiale che, a conti fatti, ha macchiato il percorso professionale di Pradè in giallorosso. Ora, spazio a Sabatini.

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