Londra 2012, Zeman: “Ingiusta la partecipazione di Pistorius. Schwazer? Ce ne sono tanti”

di Redazione, @forzaroma

(Gazzetta dello Sport – A.Pugliese) Per la bellezza del suo gioco, Sacchi lo ha paragonato pochi giorni fa a Picasso: un suo quadro può illuminare ogni mostra d’arte. Zeman, del resto, dipinge sogni, cullando l’arte dello sport con i suoi dogmi: lavoro, fatica, lo spirito di de Coubertin, della competizione leale, lontana da ogni artifizio. A pensarci bene, è la ricetta olimpica, la cultura del fondatore dei Giochi moderni.
Zeman, è un’Olimpiade che sta registrando interesse ad attenzione. Allora è vero che non esiste solo il calcio? 
«È il più grande evento dello sport, è normale che ci sia interesse e che gli stadi si riempiano».

 
Un ex campione olimpico come Mennea ha detto che il quasi default della Grecia nasce ad Atene 2004. Londra anche ha visto impennarsi i costi. L’Olimpiade è un’occasione o un costo? 
«Prima di tutto è sport, anche se è vero che c’è anche molto business. Ma si può coesistere. Non ci si deve guadagnare, ma di certo non ci si perde: restano delle strutture che non sono da buttare via. Le città cambiano, si riscattano socialmente».

 
Quindi lei al sogno di Roma 2020 non ci avrebbe rinunciato? 
«È un evento globale, ogni città ha l’ambizione di averle. Con una buona organizzazione, si sarebbe potuto sperare».

 
Bolt si è confermato il re dell’atletica, dopo la vittoria nei 100 metri ha detto: “Blake lavora tanto, io ho più talento”. Vuol dire che il talento conta più del lavoro? 
«Il talento sicuramente conta, permette di affermarti anche se non ha le doti fisiche dei tuoi avversari. Bolt è già leggenda, ma non credo che non lavori per fare quel che ha fatto».

 
Pistorius ha abbattuto un muro ideologico e culturale: il primo atleta paralimpico ad un’Olimpiade per normodotati. 
«La sua partecipazione è stata una cosa ingiusta: è un diversamente abile che nel gareggiare ha dei vantaggi. Nello sport si deve competere partendo sempre tutti dalle stesse condizioni».

 
Una delle donne simbolo di Londra 2012 è stata Caster Semenya, portabandiera di un Paese segnato dalla diversità come il Sudafrica e al centro di tante polemiche sulla sua identità sessuale. 
«Spero che sia stato un gesto simbolico, a voler dire che lo sport cancella le differenze. Ma non lo so, di motivi ce ne possono essere tanti altri. A volte i portabandiera sono scelti per altri interessi, non per la loro qualità».

 
Altra donna simbolo, la nostra Idem: lascia a 47 anni, dopo 8 Olimpiadi. 
«Per arrivare ai risultati di Josefa ci vuole passione, dedizione e sacrificio. E un’attenzione ai particolari, a tutto quello che fai. Non ha mai lasciato nulla al caso».

 
L’Italia è distrutta dal caso-doping di Schwazer. 
«Le sue lacrime e il suo dolore sono veri. Il problema è che gli atleti di livello hanno tanti vantaggi, soprattutto economici. Vogliono vincere tutti e se uno si accorge che non ci riesce con le proprie forze, si rifugia in altre cose. Ma non è il caso solo di Schwazer, ce ne sono tanti come lui. Non si sa perdere. L’Olimpiade è partecipare, poi deve vincere chi ha talento e lavora».

 
Il nuoto italiano esce con le ossa a pezzi. 
«Era abituato a portarci medaglie, deve servirci da insegnamento. Ho sentito dire che la colpa è degli allenatori (la polemica di Magnini sulla preparazione, ndr). Per me la colpa è invece degli atleti».

 
L’era della Pellegrini è finita? 
«Secondo me no. Ha avuto problemi per il cambio di allenatore e forse anche per aver cambiato ambiente».

 
Il re del nuoto si è confermato Phelps: con 22 medaglie olimpiche (di cui 18 ori) ha cancellato il mito di Spitz? 
«Penso di sì, le 22 medaglie parlano da sole. Sono 12 anni che domina il mondo, è uno dei più grandi atleti di sempre».
Giorgio Napolitano prima dell’Olimpiade ha detto: “Le vostre medaglie contro il nostro spread”.

 

Ma una vittoria olimpica può aiutare un Paese economicamente in crisi come l’Italia? 
«Sono cose che si dicono tanto per dire, semplici slogan. Le usava la vecchia DDR o l’Unione Sovietica. Anche se è il presidente della Repubblica, non vuol dire che non possa avere idee sbagliate. Ha parlato da politico, io parlo da sportivo».

 
Nel basket Usa-Nigeria è finita 156-73, con 83 punti di differenza. Nello sport è più umiliante fermarsi o distruggere un avversario?
«Eticamente ogni sportivo deve dare il meglio di sé, sempre. Se uno si ferma non è più sport».

 
Nel tennis ha vinto Murray, allenato dal «suo» Lendl. 
«Finalmente una soddisfazione. È uno sport in cui ci sono 4 giocatori che da 2-3 anni se la giocano. L’assenza di Nadal ha aiutato».

 
Il boom del calcio femminile, con la Gran Bretagna seguita da 70.000 persone. È solo una questione culturale? 
«Gli inglesi seguono tutti i loro atleti, hanno grande attaccamento alla bandiera. I gallesi non hanno cantato l’inno? Ci vuole sempre buona volontà e capire chi si rappresenta. Cechi e slovacchi da noi hanno convissuto benissimo per anni».

 
Il medagliere azzurro la soddisfa? 
«È buono, anche se le medaglie arrivano soprattutto da scherma e tiro, non certo due sport tra i più seguiti e praticati. Speriamo ora nella pallavolo e nella pallanuoto».

 
Tra 4 anni, a Rio, ci sarà anche il suo golf. 
«Io non lo vedo come sport, per me è solo un modo per rilassarsi».

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