Il comprensibile catenaccio di Rudi

di Redazione, @forzaroma

(ilcatenaccio.es – R. R. Riverso) Di solito, quando si vuol parlar male di qualcosa o di qualcuno non c’è nemmeno bisogno di mentire. Basta nascondere una parte della verità. E quando si coniuga al passato remoto è ancora più semplice riuscirci. Molti, infatti, non possono ricordare perché non erano ancora nati, o quasi, mentre quelli che c’erano se ne sono dimenticati o se ne infischiano. La terza e ultima categoria, infine, è formata dai tromboni: non sanno niente, ma gli piace far credere il contrario.

 

Chi, oggi, difende Rudi Garcia dalle accuse di catenacciaro, dopo la partita vinta col Napoli, fa bene. Fa bene perché il tempo ha cancellato o quanto meno distorto la verità sul catenaccio. Quello vero. Chi, oggi, parla di catenaccio lo fa immaginando undici uomini arroccati in difesa e completamente disinteressati a far male all’avversario. Una squadra contenta con lo 0-0 e “se poi arriva un gollettino e vinciamo, tanto meglio“. Peccato, però, che non ci sia niente di più storicamente falso.

 

Qui e ora, non si tratta di essere pro o contro un modulo troppo spesso bistrattato da ignari che si fanno passare per saggi, bensì di conoscere qualche dato in più su un sistema di gioco che ha dato all’Italia le gioie più grandi della sua storia calcistica. Prima di continuare, però, è meglio specificare: se per catenaccio si intende povertà tattica e di idee, allora quello di Rudi Garcia non è catenaccio. 

 

Veniamo a noi. Tre delle quattro squadre che hanno fatto la storia del pallone nostrano, la quarta è il Milan di Sacchi, vengono comunemente etichettate come catenacciare: il Milan del Paròn, l’Inter del Mago e la Juventus del Trap. 

 

“Speriamo di no”, rispondeva Nereo Rocco, con la sua proverbiale ironia, a chi prima di una partita gli stringeva la mano augurandogli: “Vinca il migliore”. Quello che da molti è considerato il padre del catenaccio vinse il primo campionato al suo esordio sulla panchina del Milan. Correva la stagione 1961-’62. Alla fine dell’anno, i rossoneri guidati da Trapattoni e Maldini in difesa e da Altafini e Rivera in attacco staccarono di cinque punti i cugini dell’Inter. Quel Milan segnò la bellezza di 83 gol in 34 giornate (media 2,441) e ne incassò 36 (1,056): miglior attacco e, solo, quinta miglior difesa.

 

L’anno seguente, invece, fu Helenio Herreraregalare ai nerazzurri il primo trofeo della Grande Inter. Anche il Mago è considerato un illustre esponente del catenaccio all’italiana. Eppure fu proprio l’ex allenatore del Barcellona a lanciare il primo terzino capace di fare entrambe le fasi: Giacinto Facchetti. Prima di allora, ai difensori non era permesso di mettere piede nella metà campo avversaria. Davanti poi c’erano Jair, Mazzola, Milani (Peirò o Domenghini), Suarez e Corso. Mica dei mediani. In questo caso, i gol a favore a fine stagione furono 56 (1,647) e 20 quelli subiti (0,588): secondo miglior attacco e miglior difesa. 

 

Quindici anni dopo, Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino esordiva sulla panchina della Juventus. L’allievo di Rocco e guru del catenaccio moderno vinse al primo tentativo il campionato italiano e regalò alla Serie A e alla nazionale il primo libero nostrano alla Beckenbauer: Gaetano Scirea. 50 gol fatti (1,666) e 20 subiti (0,666) in 30 incontri: secondo miglior attacco e seconda miglior difesa. Solo dopo arrivò un certo Michel Platini.

 

Queste tre squadre, oltre ad aver vinto 11 scudetti e a tante altre cose, hanno regalato all’Italia le sue prime 5 coppe dei campioni (e 4 intercontinentali). E se il Milan di Rocco e l’Inter di Herrera hanno fatto scuola, la Juve di Trapattoni ha praticamente vinto tutti i trofei possibili e immaginabili. 

 

Difficile, perciò, pensare che tre corazzate del genere, i tre alfieri del catenaccio, potessero basare le loro vittorie sulla povertà tattica in difesa e su poche e confuse idee quando c’era da attaccare. Tutt’altro. Quando Trapattoni, Maldini, Picchi, Facchetti, Scirea o Causio recuperavano un pallone sapevano esattamente cosa fare. Proprio come Benatia e De Rossi. Rudi Garcia ha studiato molto bene le lezioni impartite da questi tre santoni del calcio italiano e ha imparato alla perfezione quando c’è da far girare la palla o quando, invece, come successo contro il Napoli, è meglio lasciarla agli avversari. Una scelta comprensibile, quella di Rudi di affidarsi, talvolta, al catenaccio, quello vero. Quello ricco e imprevedibile e non quello povero e privo di idee.  Quest’ultimo lo lasciamo ai tromboni che si riempiono la bocca di catenaccio e di tiqui taca e non sanno nemmeno di cosa stanno parlando.

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