FOCUS ROMA – Le cinque cause del calo giallorosso

di finconsadmin

(di Alessio Nardo) Sette maledetti giorni. Da un Olimpico all’altro, da Torino a Roma, da Cerci a Berardi. Il doppio 1-1 inflitto da Toro e Sassuolo ai ragazzi di Garcia ha offuscato il limpido cielo giallorosso. La magia del primo mese e mezzo di campionato, d’incanto, si è interrotta. Ciò è evidente anche guardando la classifica. Sì, siamo sempre primi, ma la Juventus che era a cinque punti ora dista una sola lunghezza. Dissolto, in pochi atti, il vantaggio costruito in dieci giornate. Non sorprenda il calo di risultati, assolutamente fisiologico. Ma sarebbe da dilettanti e presuntuosi non affrontare le cause dello stesso. Una ad una, cogliendo difetti e limiti sui quali Rudi e lo staff tecnico dovranno lavorare. Perché la volontà di sognare esiste ancora, e l’opportunità di portare a termine un grande campionato è tutt’altro che svanita. Solo, urge ricollegare i fili e riprendere la marcia trionfale. Senza aver paura d’esser forti.   1.FISIOLOGICA FLESSIONE EMOTIVA E MENTALE La Roma vista all’opera sino a San Siro ci ha quasi fatto paura. Ci si attendeva sì il desiderio (immediato) di riscossa dopo due anni mediocri, sì la voglia di vincere, sì il cambio d’atteggiamento e mentalità. Ma non tanti e tali numeri. Vittorie in serie, prestazioni spettacolari, gol a raffica e porta di De Sanctis chiusa col lucchetto. La perfezione. Coronata dalla meravigliosa serata del Meazza del 5 ottobre. 3-0 all’Inter di Mazzarri, schiaffoni squillanti e tutti a casa. Continuare a stravincere era oggettivamente impossibile. Nelle ultime cinque gare, oltre ad un leggero calo fisico, c’è stata soprattutto una flessione emotiva e psicologica. Il peso delle cifre conta. I giocatori sono uomini. Scendendo in campo, sanno che è difficile, molto difficile (anche solo per la legge dei grandi numeri) vincere otto, nove, dieci, undici, dodici partite di seguito. Tale fattore ha pesato. Non tanto contro il Napoli, ma certamente con Udinese e Chievo. Gare comunque vinte, seppur a fatica. Poi a Torino, dove sull’1-0 la squadra ha avuto quasi paura di chiudere i conti. Per non parlare del match col Sassuolo. De Rossi e compagni hanno chiaramente avvertito il peso di dover a tutti i costi “tornare a vincere”. Pessima la gestione degli ultimi dieci minuti sul piano mentale. L’errore di Burdisso e la reazione (quasi isterica) allo stesso hanno evidenziato uno stato d’animo non sereno della squadra. Così come il comportamento generale (sia collettivo che individuale) nell’azione che ha portato al gol di Berardi. Bene, i ceffoni sono arrivati. Ora è il caso di ritrovare serenità e compattezza. Perché contro il Cagliari non si potrà sbagliare di nuovo.   2.SONO RIEMERSI ALCUNI ATAVICI DIFETTI: LEZIOSISMO E SCARSA CONCRETEZZA Nelle ultime quattro gare la Roma non è riuscita a segnare più di un gol all’interno dei 90′ ed ergo non ha mai vinto con due reti di scarto. I motivi sono tanti. Tra questi anche la riproposizione assai poco gradita di atavici difetti che ciclicamente tornano a svolazzare attorno all’universo giallorosso. Quali? Leziosismo, mancanza di concretezza, tendenza a piacersi troppo e guardarsi allo specchio. Guai e maledizioni che ci auguravamo facessero ormai parte del passato. Il 26 maggio, oltre a “coronare” un lungo periodo d’insoddisfazioni, ha rappresentato un punto di non ritorno. Un giro di boa, un anno zero, uno spartiacque tra il passato ed il futuro. Tra il prima e il poi. Da tradursi in una trasformazione globale della Roma, in primis sul piano della mentalità. Basta fuffa, chiacchiere al vento. Stop al “tacco e punta” di spallettiana memoria. Garcia ha portato tanto, in tal senso. Per molte giornate abbiamo ammirato una squadra cattiva, affamata, mai femmina.  Sia a Torino che con il Sassuolo, si è riaffacciato qualche fastidioso spettro. Squadra a tratti lenta e leziosa, poco incisiva, incapace di sferrare il morso letale all’avversario. Ritrovarsi in vantaggio di un solo gol al 95′ contro gli emiliani di Di Francesco è stato l’errore più grande. L’emblema di questo discorso è Adem Ljajic. Fantastico, a tratti divino per gestione del pallone e guizzi d’alta classe. Ma anche colpevole di aver gettato al vento almeno tre occasioni nitide. A molti è sembrato di rivedere Vucinic, nel bene e nel male. Tanta qualità, ma anche sufficienza, superficialità ed errori grossolani. La Roma del “poi”, del presente e del futuro, è chiamata a lavorare sui dettagli. A diventare perfetta. Ad eliminare ogni residuo batterio del passato.   3.GRANDE MOTIVAZIONE ED ABNEGAZIONE TATTICA DEGLI AVVERSARI Non va mai dimenticata la presenza degli altri. Di chi sta dalla parte opposta e non ama recitare il ruolo della vittima sacrificale. La legge del calcio e dello sport è spietata: più sei forte e vinci, più chi ti affronterà darà il massimo. La gara a “fermare la Roma” è stata intensa e sanguinosa. Ci hanno provato tutti, sin dall’inizio. Voleva riuscirci la Lazio, ci ha sperato Delio Rossi. Poi Mazzarri, Benitez, Guidolin. Fino a Sannino, che si è presentato all’Olimpico col suo Chievo il 31 ottobre con la chiara idea di non superare mai la metà campo. Poi è toccato a Giampiero Ventura. Il santone che al San Paolo subisce due rigori assai dubbi e non protesta. Che perde 2-0 e non fa una piega, scegliendo persino di togliere Cerci a metà gara. E che contro la Roma si trasforma invece in una belva assatanata, urlando ed indignandosi ad ogni decisione arbitrale avversa e quasi spezzandosi un polso in panchina per esultare al gol dell’1-1. Questa è diventata la Roma di Garcia. E forse nemmeno ce ne siamo accorti. Chi ci ha sfidato ha avuto il sangue agli occhi ed un solo desiderio: fermarci per entrare nella storia. Stimoli e motivazioni altrui, dunque. Ma anche abnegazione tattica. Chi affronta la Roma cura il dettaglio, non lascia il minimo spazio. Copertura massima (anche sotto di un gol) e gioco di rimessa, onde sfruttare la velocità di alcuni singoli elementi per far male sugli esterni, dove Maicon e Balzaretti qualcosa concedono sempre. Per tutte queste ragioni la Roma, se vorrà tornare a vincere, dovrà necessariamente fare di più. Anche più di prima. Guai ad accontentarsi. Perché gli altri, ora come non mai, hanno il coltello tra i denti.   4.INFORTUNI, SQUALIFICHE, ASSENZA DI TITOLARI IMPORTANTISSIMI C’è persino chi continua a parlare di Roma fortunata. Non considerando le gravi assenze che ormai da settimane stanno costringendo Garcia ad adottare soluzioni obbligate. Infortuni e squalifiche: guai prevedibili all’interno di una stagione, che però in casa Roma si sono presentati tutti in un sol colpo. Iniziamo dalla difesa. Maicon è partito alla grande, giocando molto bene le prime quattro gare di campionato. Poi l’infortunio muscolare a Genova (con la Sampdoria) del 25 settembre. Dal giorno del rientro (18 ottobre, Roma-Napoli), il brasiliano sembra un altro giocatore. Non ha brillantezza, non ha scioltezza. E nemmeno la solita sicurezza. Poi il reparto centrale, menomato dalle squalifiche. A Torino è mancato Castan, col Sassuolo Benatia. Burdisso, aldilà di un grave errore, ha fatto il suo, ma è ovvio che con i due titolari in campo l’intera squadra avverta maggior fiducia e serenità. Se il centrocampo fin qui è stato esente da gravi defezioni (ma la panchina è corta ed il solo Bradley, oltre a Taddei, non offre le stesse garanzie dei titolari), l’attacco è stato pressoché falcidiato. Addirittura due infortuni muscolari nella stessa partita, con il Napoli. E dei due uomini più importanti del reparto offensivo: Totti e Gervinho. Con il Capitano in campo, la squadra si muove meravigliosamente, funziona alla perfezione. In sua assenza, ci si deve adattare. E senza l’ivoriano, vengono a mancare velocità ed imprevedibilità offensiva. Borriello (peraltro anch’egli infortunatosi nel match col Sassuolo) ha dato il massimo ma non è Totti. Florenzi, senza il Capitano, è spesso un pesce fuor d’acqua e di Ljajic (bravo e sprecone) abbiamo già parlato. Senza dimenticare Mattia Destro. Altro potenziale (e prezioso) titolare ancora ai box.   5.ERRORI ARBITRALI Infine loro. Le ex giacchette nere che finiscono per influire sempre e comunque. Intendiamoci, nella storia della Roma ne abbiamo viste di peggio. Dal gol di Turone al fallo di Deschamps su Gautieri, dal Roma-Juve del marzo 2005 al campionato 2007-2008, strameritato dai ragazzi di Spalletti e donato gentilmente (da qualcuno) all’Inter di Mancini. L’elenco di scandali del passato è lunghissimo. Ergo, alla luce degli episodi più recenti, è ancora presto per chiamare in causa palazzi, complotti e sudditanze varie. Ciò significherebbe concedere alibi ad una squadra che non ne ha bisogno. E che non deve più averne dopo il 26 maggio. Detto questo, gli arbitri ci sono e fanno il loro. In qualche modo incidono, molto spesso (se non sempre) da una parte sola. La Roma i suoi punti se li è conquistati sul campo. Tutti. Dal primo al trentaduesimo. L’unico “regalino” è stato il rigore di Milano su Gervinho. In altre gare (vedi Torino) qualcosa è stato tolto. Vero, signor Banti di Livorno?  Il Napoli è stato più volte favorito, soprattutto con Torino e Fiorentina. Ma è la Juve, come sempre, a vincere l’oscar degli aiutini. Gol di Paloschi regolarissimo annullato al Chievo (sarebbe stato il 2-2), gol in fuorigioco di Pogba nel derby col Torino (sul risultato di 0-0), rigore concesso per fallo fuori area su Asamoah contro il Genoa (punteggio di 0-0) e vantaggio di Llorente in offside domenica scorsa in Juve-Napoli. Quattro episodi chiari e netti a favore. Ciò non toglie nulla al valore dei bianconeri. Forti, motivati, scatenati e vincenti. Ma mai e poi mai ostacolati dalla classe arbitrale. Loro fedele amica ieri, oggi e presumibilmente domani.

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