Doni, un addio amaro: da baluardo a 'detestato' in soli sei anni

di Redazione, @forzaroma

(di Alessio Nardo) E’ arrivato il tempo dei saluti. Donieber Alexander Marangon, semplicemente Doni, sta per chiudere ufficialmente il suo rapporto con la Roma.

Lo aspetta molto probabilmente il Liverpool, Anfield Road, una sfida nuova e stimolante. Dopo il netto rifiuto dei giorni scorsi a causa del basso ingaggio offertogli dal club inglese, il 32enne estremo difensore di Jundiai si è riavvicinato ai ‘reds’ ed entro il week-end apporrà la firma sul ‘contratto della liberazione’, con tanto di gustosa buonuscita da parte della Roma. Si chiude un capitolo lungo sei anni, denso d’amore e odio, farcito di pagine splendide e amare. Uno dei casi più controversi e discussi della storia giallorossa: riviviamone l’avventura, dai giorni della gloria a quelli della polvere.

L’ARRIVO IN PUNTA DI PIEDI – Sono gli ultimi giorni d’agosto del 2005 e il ds romanista Daniele Pradé è a caccia di buoni colpi di mercato da regalare al nuovo mister Luciano Spalletti. Proprio in extremis spicca la curiosa notizia del doppio arrivo in porta, peraltro già occupata dal titolare Curci: dal Milan approda il greco Eleftheropoulos, dalla Juventude il semisconosciuto Doni, costretto a pagar di tasca propria i 18.000 euro necessari al trasferimento in Italia. Il mister inizialmente ‘promuove’ il brasiliano nel ruolo di secondo, utilizzandolo in alcune partite di Coppa Uefa (l’esordio il 29 settembre sul campo dell’Aris Salonicco) dove egli si mette in discreta mostra. Curci intanto fa fatica a confermarsi dopo l’eccezionale exploit della precedente stagione. Il 20enne romano sente il peso della pressione e Spalletti opta per una scelta coraggiosa e fortunata: il 23 ottobre, nel derby con la Lazio (finito 1-1), in porta va Doni. Da lì in poi, egli sarà titolare per ben quattro anni, divenendo uno dei pilastri della meravigliosa epopea spallettiana.

GLI ANNI D’ORO – Doni guadagna presto la stima e la fiducia dell’ambiente romanista. Piacciono di lui la capacità di garantire sicurezza alla difesa, le uscite basse a dir poco feline e gli interventi plastici provvidenziali e tempestivi. Per la Roma si apre una delle ere più belle di sempre: con il numero 32 tra i pali arrivano le undici vittorie consecutive nel 2006, la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana nel 2007, la seconda Tim Cup di fila e lo scudetto sfiorato nel 2008, due approdi consecutivi ai quarti di Champions nel 2007 e nel 2008. Con tanto di soddisfazione personale (per Doni) nell’estate 2007: il successo in Coppa America da titolare con la maglia del Brasile. E’ un momento magico per la Roma e per il ragazzone giunto in punta di piedi dalla Juventude: le due parti, felici e fedeli, si accordano per il prolungamento contrattuale sino al 30 giugno 2012.

IL LENTO DECLINO – Il sogno finisce, la magia si placa. Dal 2008 il periodo ‘rose e fiori’ lascia spazio al lento e inesorabile crollo. Per Doni iniziano i guai. Eppure è ormai un baluardo della Roma, considerato tra i primi tre portieri del campionato (subito alle spalle di Buffon e Julio Cesar) e stimatissimo dall’ambiente. Che succede? Il ragazzo inizia ad avvertire dei dolori al ginocchio destro, e forse a causa della troppa voglia di giocare preferisce non affrontare con decisione il discorso medico. Risultato? Prestazioni sempre più in calo, sino al disastroso derby dell’11 aprile 2009 vinto dalla Lazio per 4-2. Doni è in crisi, non riesce a muoversi con disinvoltura. Il 29 aprile viene visitato dal professor Marc Martens che riscontra una patologia cartilaginea del ginocchio destro. Unica soluzione: l’intervento chirurgico. Doni resta fuori tre mesi: Spalletti si gioca la carta Artur ma l’ex Siena si rivela un disastro su tutta la linea. Il 30 agosto, in occasione di Roma-Juve (ultima gara in panchina per il mister di Certaldo), debutta Julio Sergio, le cui abilità stregano il nuovo allenatore Claudio Ranieri.

LA ROTTURA DEFINITIVA – Al suo rientro in perfetta forma, Doni trova un ostacolo insospettabile: il terzo miglior portiere del mondo, l’eterna riserva, colui che per tre stagioni intere era rimasto nel dimenticatoio. Julio d’altronde è un gatto scatenato, para da Dio e trascina (assieme ai compagni) la granitica Roma ranieriana ad una rimonta scudetto da sogno dopo il difficile avvio in campionato. Nell’ambiente si inizia a vociferare di un pessimo rapporto tra i due connazionali: sussurri confermati dai fatti il 18 febbraio 2010, in occasione del match di Europa League ad Atene contro il Panathinaikos. Julio Sergio s’infortuna dopo pochi minuti, Doni entra ‘di sorpresa’ senza nemmeno stringere la mano al malconcio collega. Chiaramente distratto e deconcentrato, l’ex titolare si esibisce in una scadente prestazione incassando gol determinanti per l’esito della qualificazione (che andrà ai greci). A fine partita ammette: “Non mi sono fatto trovare pronto sul piano mentale”. Con i tifosi (e in parte con Ranieri) è rottura totale. Nella successiva estate rifiuta il trasferimento al Fulham, impedendo alla Roma di incassare i soldi necessari all’acquisto di Valon Behrami. Vive da separato in casa fino a quando Vincenzo Montella, sostituto del dimissionario Ranieri, non lo rispolvera a sorpresa tra i pali. Egli gioca (non bene) da titolare le ultime partite del campionato 2010-2011, subendo le continue contestazioni di un pubblico nemico. A fine stagione, l’inevitabile divorzio preceduto da frasi infelici e polemiche: “Alla Roma ho regalato un ginocchio, non regalerò anche i miei soldi”. Finalmente la storia volge al termine. Buon per la Roma, per Doni, per tutti.

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