Da Niksic a Roma, addio al sogno giallorosso

di finconsadmin

(di Mirko Porcari) – Sognare in giallorosso, partendo da Niksic. Il destino ci aveva messo del suo, regalandogli un desiderio dalle tinte corpose, fatto di colori e immagini dal gusto festoso, un lavoro silenzioso inziato presto, da bambino.

Il piccolo Mirko, come tutti i bambini della sua città, si vedeva campione con la maglia del suo paese, quel Montenegro graffiato da guerre e incomprensioni, troppo preso ad essere in conflitto per giocare semplicemente a calcio. Talentino prodigio, a 16 anni c’è una storia da costruire lontano da casa, tra i profumi e la generosità del popolo salentino: a Lecce, Mirko Vucinic, impara cosa vuole dire entrare nel cuore della gente. In punta di piedi, tra sorrisi e malinconia, la promessa diventa calciatore, un percorso aiutato dall’incrocio con un maestro d’altri tempi, uomo di poche parole ma dalle idee chiare. Il matrimonio con la squadra pugliese arriva a toccargli la pelle, negli schemi di Zeman, Mirko ritrova una filosofia che lo diverte: gol e riflettori arrivano nello stesso tempo, nonostante un brutto infortunio al ginocchio l’Italia si accorge di avere tra le mani un vero e proprio tesoro. Sei anni in tutto nella “Firenze del Sud”, un modo di vivere a cui Vucinic attinge a piene mani, entrando nella mente di una cultura nemmeno poi tanto lontana dalla sua: è una famiglia, fatta di tanti ragazzi e di un padre-mentore incarnato da Pantaleo Corvino, figura che Vucinic non smetterà mai di venerare. Il grande salto nel 2006, quando la Roma decide di puntare su di lui: dopo un corteggiamento serrato e degli ammiccamenti non troppo velati (“voglio andare alla Roma e giocare con Totti“) la chanche arriva veramente. Approda a Trigoria con Rodrigo Defendi, difensore brasiliano che in pochi ricorderanno, ed una stella brillante da consacrare. Il primo anno è un calvario, con problemi fisici a minarne il rendimento: inizia ad intravedersi quello che sarà un rapporto ambiguo con la tifoseria, un sentimento sempre in bilico tra l’amore totale e l’insofferenza manifesta. C’è tutta una storia poi, scritta con i gol e con le incomprensioni: cavalcate geniali per un Olimpico in festa (vedi partita contro il Chelsea) e maledizioni urlate per un modo di essere. Cinque anni, nonostante tutto, pensando a cosa fare nel futuro, sentendosi sempre meno romanista ad ogni fischio: è il capolinea, adesso, senza margini di ripensamento. La sua cessione come il simbolo della rivoluzione, della fine di un’epoca intensa e sfuggente e dell’inizio di una nuova era.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy