Bradley: “La Roma è speciale, un onore essere qui”

di Redazione, @forzaroma

Michael Bradley, centrocampista della Roma, ha rilasciato questa lunga intervista al New York Times. Queste le sue parole:

Cos’è cambiato nella tua seconda stagione in Italia?
“E’ completamente diverso. Il primo anno con il Chievo è stata una grande esperienza, mi ha aiutato a crescere come giocatore e come persona. Quando sono arrivato a Roma, non ci volle molto tempo per capire che è un altro mondo. Mi sto godendo ogni secondo. Ti fai un’idea di quanto grande sia il club, quanto siano speciali i tifosi e di come la gente ami la squadra. Per me, è un grande onore essere qui. Sul campo sto migliorando ogni settimana, e abbiamo i giocatori per continuare il a migliorare”.

Cosa hai dovuto maggiormente modificare?
“Ho fatto un’intervista l’altro giorno e ho detto che quando si arriva a giocare per un grande club si impara ciò che si può solo imparare in un grande club. La realtà è che, fino a quando non giochi in una squadra come questa, non c’è modo di provare queste cose. L’idea di calpestare ogni settimana il campo con la pressione di dover vincere, indipendentemente dalla squadra che stai affrontando o dal fatto che si giochi in casa o in trasferta. La pressione c’è sempre. C’è una competizione vera per giocare, con due o tre giocatori per ogni ruolo. Ti puoi allenare al meglio ogni giorno ma anche così le decisioni possono andare contro di te. Devi essere pronto ogni volta ci sia bisogno di te, magari nell’ultima mezz’ora di gara oppure come titolare nella partita successiva. Devi farei conti con il fatto che una squadra ha tanti giocatori, non si può spiegare. Per capire devi vivere qui e vivere la quotidianità”.

Molti americani sono andati in Europa e hanno fallito. Tu hai iniziato in un club piccolo, l’Heerenveen, in una piccola divisione olandese…
“Ho iniziato nei MetroStars a New York e, come altri giocatori americani, ho sempre saputo che per fare un’ottima carriera mi sarei dovuto trasferire in Europa. Per metterti alla prova, devi venire in Europa. La prima opportunità fu in Olanda. Non c’erano 20 squadre tra cui scegliere per un ragazzo di 17-18 anni, che aveva giocato un anno o due in MLS. Ho avuto così la possibilità di stabilirmi in Europa ed è stato il primo grande passo. Da lì provi a valutare ogni mossa da fare, di volta in volta. Non ho mai voluto fare il passo più lungo della gamba. Migliorando e crescendo l’obiettivo è di giocare al più alto livello possibile nel miglior club nel mondo, giocare la Champions e la Coppa del Mondo. Bisogna cercare di migliorarsi ogni giorno”.

In alcune recenti gare con la Nazionale americana, molti commentatori hanno notato i tuoi miglioramenti sotto il profilo tattico, dovuti alla tua esperienza italiana, dove proprio l’aspetto tattico viene enfatizzato…
“Per essere onesti, quando mi si parla dei miei miglioramenti tattici la vedo in due modi differenti. È un complimento e significa che la gente nota quanto io stia crescendo. All’inizio penso di aver portato qualcosa alla mia Nazionale. Sicuramente, in Italia viene enfatizzata molto la parte tattica: gli allenatori, i giocatori, i tifosi, tutti vogliono essere preparati. Per loro è un modo per avere le migliori possibilità di vittoria. Non vuoi arrivare ad una partita e vedere la squadra impreparata. Per ora, ho giocato in due team differenti in Italia, ogni club ha un modo diverso di fare le cose e la tattica gioca un ruolo importante. Per alcuni osservatori, che ne parlano di continuo, è un’ossessione ma sicuramente è una parte del gioco. Quando guardi i migliori club italiani, la Nazionale o i migliori club giocare c’è però molto di più. Gran parte del gioco è fatto di abilità, tecnica e capacità fisica che si accordano con la tattica. Le migliori squadre italiane hanno poi la mentalità. Per me è un peccato che alcuni vogliano parlare di quanto le squadre italiane siano troppo tattiche: non si ha così un quadro generale”.

Quando tuo padre è diventato il tecnico degli Stati Uniti è stato difficile affrontare questa situazione?
“Una delle prime cose che si impara nel calcio professionistico è quella di essere forti mentalmente. Quando le cose vanno male devi credere in te stesso. Certamente la gente parlava del fatto che mio padre fosse il coach ma la verità è che ogni giocatore deve abituarsi a questo genere di cose: è il modo in cui gira il mondo. La gente fa presto a dire che non sei bravo quando giochi male. Al contrario, quando giochi bene, la gente fa altrettanto preso a definirti il migliore al mondo. Bisogna avere un carattere forte per non curarsi di queste cose. Io lavoro duramente e do il massimo. Quando mio padre allenava la Nazionale o quando poi è andato via per me, a livello di mentalità, non è cambiato nulla. Ho sempre voluto aiutare la Nazionale a vincere e questo non cambierà mai”.

Hai mai rimpianti quando ripensi alla tua carriera fino ad oggi?
“ No, sono orgoglioso di chi sono ma non sono il tipo che guarda spesso dietro di sé. Ci sarà molto tempo per farlo quando la mia carriera sarà conclusa. Nel frattempo, sono più determinato che mai”.

 

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