Adieu Jeremy, tre anni di promesse al vento

di Redazione, @forzaroma

(di Alessio Nardo) I divorzi non sono sempre traumatici. A volte, un dirsi addio conserva il dolce sapore della ‘liberazione’. E’ finita tra Jeremy Ménez e la Roma, per sempre.

Forse è finita male, malissimo, ma era giusto che finisse. Il rapporto tra le due parti si era ormai raffreddato se non ‘congelato’: impossibile proseguire una ‘love story’ mai del tutto ‘love’. Il Paris Saint Germain, con una mossa d’elevato coraggio, ci porta via un ragazzo pieno di talento e turbamenti. Il classico diamante grezzo, quell’insieme di piccole grandi cose che finiscono per non amalgamarsi mai. Dall’estate 2008, quando Jeremy arrivò a Roma per 14 milioni di euro dal Monaco, è cambiato ben poco. Egli era un giovane desiderio di grandezza, un coacervo di meravigliose illusioni. Ci si innamora sempre del piede fatato, è inevitabile: già in quel Roma-Napoli (1-1) di fine agosto, atto d’esordio del Ménez romanista, riuscimmo a coglier l’essenza di una classe cristallina.

Quel tocco di palla magico e incantevole, quell’eterna sensazione di poter spiccare il volo e diventare qualcuno. Jeremy è ancora atteso al grande salto, e chissà se riuscirà mai a compierlo. Perché il calcio non è solo la dolcezza di un piede o l’abilità magistrale nel dribblare un avversario. C’è dell’altro. Per diventare grandi (anche nella vita) contano la testa, il cervello, la disponibilità al sacrificio e la voglia di sorridere. Ménez, del vero campione, ha e avrà sempre poco. Quel poco che basta per creare un’emozione estemporanea, di certo non sufficiente per la conquista del successo planetario. Con lui ci hanno provato tutti, Spalletti fu il primo. I soliti sprazzi, il classico fumo privo d’arrosto spesso giustificato con la verde età. Dopo Luciano è arrivato Claudio (Ranieri). Un anno di ulteriore apprendistato, seguito da alcuni cenni di sapiente maestria. Il ‘famoso’ gol all’Udinese, la perla (inutile) in Champions con lo Shakhtar. E la solita, immancabile discontinuità.

L’avvio di un percorso migliorativo si è dissolto nel buio con l’arrivo di Vincenzo Montella, ‘colpevole’ di aver promosso quasi sempre titolare Ménez ad eccezione delle primie tre sfide. Via a insane proteste, parallele ad un rendimento sempre più scadente. “La mancanza di fiducia”, “l’assenza del necessario supporto”. Frasi fatte dal facile sapore di alibi per un calciatore (ed un ragazzo) senza voglia di crescere. L’evidenza di un’immaturità lampante s’è colta ora: c’è Luis Enrique, c’è un modulo che avrebbe potuto esaltarne le caratteristiche di pungente esterno d’attacco. Invece no, meglio tornarsene a casa (in Francia) nel silenzio, riabbracciando la protezione d’un ambiente amico. Emblema di una mentalità perdente, esemplificata da quell’eterna espressione un po’ così, tra l’assente e l’insofferente. Agli atti restano i numeri, anch’essi dalla chiara lettura: 12 gol complessivi in tre stagioni. Una miseria. Adieu Jeremy, buona fortuna. Per quanto ci riguarda, non ci mancherai.

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