Rischio dissesto e vincoli fantasma. Su Tor di Valle non c’è mai pace

Rischio dissesto e vincoli fantasma. Su Tor di Valle non c’è mai pace

Il fascicolo dell’Anticorruzione di Cantone è solo l’ultimo di una lunga serie di inciampi. Ecco qui l’elenco di tutti coloro che hanno provato a ostacolare il progetto giallorosso

Più che «uno stadio fatto bene» quello di Tor di Valle sembra «uno stadio senza pace». Il fascicolo dell’Anticorruzione di Cantone è solo l’ultimo di una lunga serie di inciampi che hanno costellato l’avventura del duo James Pallotta, presidente della As Roma, e Luca Parnasi, il costruttore scelto dai giallorossi come partner societario. Ieri erano i pentastellati contro la delibera Marino e il progetto conseguente («regalo ai costruttori»), oggi è il Partito democratico che si schiera contro la delibera Raggi e il progetto derivato («regalo ai costruttori») in una perfetta quanto ridicola inversione delle parti. Politica a parte che gioca con le sue regole, l’elenco dei tentativi di sgambetto è lunghissimo. Partiamo dalle associazioni ambientaliste (Legambiente e Italia Nostra) cui si sommano quelle dei consumatori (Codacons): tutti pronti, carte bollate alla mano, per presentare ricorsi al Tar. In mezzo, ci sono anche prese di posizione che giocano sul sottile filo della tragicommedia, come chi, interessandosi nel 2011 agli animali degli extraterrestri, oggi si interessa del problema delle rane di Tor di Valle e minaccia ricorsi.

I primi a tirar fuori la storia dell’area furono proprio i 5 Stelle. Durante l’era Marino, Daniele Frongia, oggi assessore allo Sport, si rese conto che l’area di Tor di Valle era stata riclassificata dall’Autorità di Bacino del Tevere che l’aveva inserita fra quelle a rischio 3 su 4. Mentre a rischio 4 su 4 era stata classificata l’area adiacente il Fosso del Vallerano, al di fuori del perimetro del futuro Stadio. L’Autorità di Bacino del Tevere aveva inserito una serie di prescrizioni, completate le quali, sarebbe stato rimosso il vincolo. Per Beppe Grillo, però, occorreva «un salvagente» da allegare al biglietto, e «accatastare qualche migliaio di canoe». Anche la deputata pentastellata, Roberta Lombardi, parlava di Tor di Valle come di un’«area a fortissimo rischio idrogeologico», in questo, con la compagnia delle varie associazioni ambientaliste. Ovviamente, con la nuova delibera, versione Raggi, il rischio idrogeologico agitato come uno spauracchio per mesi è magicamente sparito. Anche se le opere di contenimento inclusa l’idrovora che tanto agitava i sonni dell’ex assessore all’Urbanistica grillino, Paolo Berdini – sono esattamente le stesse nella versione Raggi e in quella Marino.

Fu Margherita Eichberg, soprintendente alle Belle arti a Roma, a febbraio scorso a sganciare la bomba: chiediamo di mettere il vincolo architettonico sul «paraboloide iperbolico» delle tribune dell’ippodromo di Tor di Valle e sulla pista. Secondo la Soprintendente, l’ippodromo, progettato da Julio Lafuente e costruito nel 1959, è un esempio di architettura contemporanea che va salvaguardato come testimonianza di una memoria storica. Insieme a lei si schierano i«saggi» dei comitati tecnico-scientifici che appoggiano la richiesta. Panico in sala: se cala il vincolo, addio Stadio. Intanto scattano le «misure di salvaguardia»: fino a che non si decide se il vincolo c’è, nessuno può toccare nulla. Passano 120 giorni. La Roma presenta le sue obiezioni: il vincolo doveva essere dichiarato nel 2014, durante la Conferenza di Servizi preliminare, e non nel 2017. Anzi, nel 2014 sembrava che nemmeno esistesse l’ippodromo a giudicare dalle carte del Ministero. E poi: l’ippodromo ha meno di 70 anni, non è stato fatto per le Olimpiadi del 1960 ma prima e, infatti, lì non si è corsa nessuna gara dei Giochi di Roma. Alla fine, senza che vi fosse unanimità, la Direzione regionale del Lazio del Ministero comunica che «la Commissione regionale per la tutela del patrimonio culturale del Lazio ha deciso l’archiviazione del procedimento di vincolo».

Dopo 11 mesi e 12 giorni dall’insediamento trascorsi in un’altalena di dichiarazioni contrastanti fra loro, l’amministrazione Raggi licenzia la nuova delibera di pubblico interesse con cui si modificano i paletti stabiliti in quella di Marino. Ora gli uffici regionali devono decidere cosa fare: in tre mesi di tempo circa possono approvare il nuovo progetto, respingerlo oppure aprire una nuova Conferenza di Servizi decisoria. Fra i funzionari che hanno seguito sin qui l’iter, fortissimi sono i dubbi sulla legittimità del percorso amministrativo scelto (niente conferenza di servizi preliminare e niente studio di fattibilità economica) ma, soprattutto, tanti interrogativi circa le nuove opere pubbliche. Saltato il ponte carrabile, legato lo stadio al rifacimento della Rom -Lido e al Ponte dei Congressi che presentano enormi incognite sui tempi di realizzazione, chi sarà chiamato a decidere se far passare o no la versione Raggi del progetto sa che dovrà assumersi una grande responsabilità di fronte alla città: costruire uno stadio condannando i tifosi e i romani a un inferno di lamiere.

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