Pericolo archeologico. L’incubo di Tor di Valle

Pericolo archeologico. L’incubo di Tor di Valle

Un altro dei problemi da affrontare riguarda la messa in sicurezza del Fosso del Vallerano che sfortunatamente si ritrova a passare sotto il Ponte dell’Arca

La Regione Lazio ufficializzala data di partenza della Conferenza di Servizi sullo stadio della Roma: 29 settembre, prima riunione. Da quel momento scattano i 90 giorni di tempo per concludere i lavori. Calendario alla mano, sarebbe fine dicembre. Ovviamente, al netto della possibilità di una sospensione per 30 giorni e dei tempi tecnici necessari a predisporre la redazione degli atti conclusivi (sempre 30 giorni). La data del 28/29 dicembre, quindi, va vista come quella di fine lavori della Conferenza non di conclusione totale del procedimento. Ieri, come Il Tempo aveva annunciato, la Regione ha inviato al Campidoglio, alla Città Metropolitana e allo Stato tutto il nuovo progetto dando 10 giorni (invece dei canonici 15) per presentare eventuali richieste di integrazioni documentali. Solo 10, visto che, in realtà, le varie amministrazioni coinvolte dovranno esaminare solo le controdeduzioni (scritte in rosso nel progetto) e non l’intera mole delle carte. Nel frattempo, dalle carte presentate, emergono ancora nuove informazioni. La prima riguarda una delle grandi incognite: l’archeologia. Fino alla versione 3.0 – quella consegnata venerdì 8 settembre scorso in Regione come «controdeduzione» alla chiusura negativa della procedura complessiva della Conferenza di Servizi decisoria – l’unica traccia di archeologia nel progetto era data dall’analisi dei 19 carotaggi eseguiti a suo tempo per i sondaggi geologici. E, infatti, la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma (quella nazionale) sottolineava nei suoi pareri proprio la carenza di dati sull’archeologia. Un adempimento, quello delle analisi archeologiche preliminari, che in una città come è Roma è tutt’altro che una mera formalità, soprattutto quando l’area di un intervento è estesa come quella del progetto Stadio, pari a 890.808 metri quadri. Finalmente, dunque, la Roma presenta una relazione sull’archeologia. E la firma è di quelle che contano: Paolo Carafa, professore di Scienza dell’Archeologia all’Università La Sapienza, allievo di Andrea Carandini e, per inciso, appartenente a una delle più antiche e nobili famiglie d’Italia, quei Carafa che hanno dato alla Storia ben 15 cardinali e un papa, Paolo IV. “Una cospicua serie di rinvenimenti archeologici effettuati già in età moderna offre la certezza che il tracciato dell’antica Via Ostiense da Roma alla costa coincidesse quasi integralmente con quello della strada attuale”, scrivono Carafa e il suo team.

Quindi, il primo problema che dovrà essere affrontato è proprio quello del rifacimento della via Ostiense/via del Mare. Il progetto prevede una modifica consistente dell’attuale si stemazione. Fra l’incrocio con viale Marconi e quello con il Grande Raccordo Anulare, dal sistema vigente oggi (due strade parallele, ciascuna con una corsia per senso di marcia), si passerà a uno in cui la via del Mare avrà almeno sempre due corsie in direzione Ostia e la via Ostiense due in direzione Roma, più parti di complanari per favorire l’ingresso e l’uscita soprattutto allo Stadio. L’intervento più rilevante sarà la «ricostruzione di circa 2,6 km del tracciato» attuale fra Stadio e Raccordo. Zona, quindi, da «bollino rosso» archeologico pur se, come scrive Carafa, “ad eccezione del Ponte dell’Arca» (il ponte romano sulla via Ostiense, ndr) non sono stati rivenuti elementi attribuibili all’antica via romana «nell’area interessata dal progetto né in quelle immediatamente a monte e avalle di essa“. Ovviamente questo non vuol dire che non possano esserci ma solo che, ad oggi, non se ne ha traccia. Scrive ancora il Professore che il più prossimo ritrovamento archeologico è stato documentato al km 6 in direzione Roma (all’altezza del futuro Ponte dei Congressi) e al km 15 verso Ostia (più o meno all’altezza dell’incrocio con via di Acilia). Quali reperti, però, si potrebbero rinvenire? Di sicuro, dagli archivi, emerge la presenza di tre antiche tombe: quella del pretore Marco Antonio Antistio Lipo, vicino il Ponte dell’Arca; un sepolcro a Tenuta del Torraccio e un terzo tumulo collocato sempre in zona. Facendo i conti, “sembrerebbero coincidere con il tracciato antico e con le aree funerarie distribuite su entrambi i lati della strada” le rotatorie, una delle complanari previste e alcuni tratti delle carreggiate. Tutto questo lavoro, più le risultanze di alcuni carotaggi archeologici che, per altro, stabiliscono le quote dei possibili ritrovamenti archeologici frai 7 metri e mezzo e i 10 metri di profondità, fanno supporre che, alcune opere (principalmente pali e muri di sostegno) previste lateralmente alla via Ostiense, potrebbero incappare in ritrovamenti archeologici. Un altro dei problemi da affrontare riguarda la messa in sicurezza del Fosso del Vallerano che sfortunatamente si ritrova a passare sotto il Ponte dell’Arca costruito proprio per consentire all’antica via Ostiense di superare questo piccolo affluente del Tevere.

In questo caso, però, secondo il professor Carafa non dovrebbero esserci grossi problemi: “La situazione prospettata dai progettisti non appare arrecare ulteriori danni ai resti, prevedendo il rispetto dell’ampiezza e dello spessore della struttura conservata”. Bene ma non benissimo, visto che “è possibile che a nord del ponte stesso, qualora non ancora distrutto, venga intercettato il tracciato della via Ostiense”. Meno rassicurante il prosieguo della relazione sulle possibili interferenze archeologiche lungo il percorso del Vallerano e del Fosso dell’ Acqua Acetosa. Ponte dell’Arca a parte, infatti, “sono noti lungo questo asse due siti archeologici con i quali le opere in progetto possono interferire. Inoltre in alcuni punti, le opere potrebbero intersecare tratti di strade antiche, delle quali possiamo oggi solo supporre l’esistenza”.

I siti archeologici cui si riferisce la relazione sono l’antica via Laurentina, della quale è già stato rinvenuto un tratto lungo 400 metri; una vasta necropoli datata dal IV secolo avanti Cristo e usata fino al I dopo Cristo, in cui sono state rinvenute oltre un centinaio di sepolture spesso con arredi, brocche, boccali, lucerne, monete, resti di banchetti funerari. In entrambi questi siti, conclude il professor Carafa, i progetti ipotizzati potrebbero “potenzialmente interferire” con queste preesistenze archeologiche. Questi sono gli elementi archeologici già noti e dei quali è possibile in qualche modo prevedere l’interferenza con il progetto. Il problema, aggiunge Carafa, sono le cose che non si conoscono: “La distribuzione e la natura delle presenze archeologiche ad oggi note consente di valutare solo in pochissimi casi l’impatto delle opere sul patrimonio storico -archeologico nell’area”. Perciò è necessario che venga predisposta una campagna di scavi «a campione» (una prassi assolutamente normale e consolidata) che, però, può non essere sufficiente: “Resta alta la possibilità di non intercettare presenze antiche dopo la campionatura con il verificarsi di successivi rinvenimenti inaspettati. Inoltre, anche nei casi in cui i saggi di scavo diano esito positivo, lo scavo dovrebbe essere esteso verso le direzioni in cui le strutture conservate nell’eventuale rinvenimento dovesse proseguire oltre i limiti stabiliti per il saggio. Sono evidenti le ricadute che tale strategia operativa avrebbe sulla determinazione di tempi e costi di realizzazione dell’opera, senza ridurre significativamente il rischio di rinvenimenti inattesi e di conseguente danneggiamento del patrimonio storico archeologico”.

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