Raggi prepara una seconda battaglia. Il braccio di ferro sullo stadio della Roma

Il sindaco potrebbe cercare di modificare sensibilmente il progetto dello Stadio della Roma, mettendone a rischio la costruzione

In piena campagna elettorale, l’allora candidato sindaco Virginia Raggi dichiarò a Radio Radio: «Lo stadio della Roma lo facciamo da un’altra parte, a Tor Vergata e senza uffici, perché quella è speculazione edilizia e poi noi abbiamo già le torri dell’Eur che sono vuote e lo Sdo da riempire». Per poi aggiungere sulla pubblica utilità. «Sicuramente sì, la revocheremo».

Una nostra fonte in Campidoglio ci dice che per lo Stadio della Roma ci sono dei problemi. «anche questo è un dossier che rischia molto». Testuale. Certo, il progetto è ad un livello di avanzamento diverso rispetto alle Olimpiadi ma sta per iniziare un braccio di ferro serrato nella conferenza dei servizi in Regione, per chiedere alcune modifiche rilevanti. Tanto che c’è chi ipotizza, da risultare impossibili: la legge 147 del 2013 (comma 304, lettera b) autorizza eventuali modifiche al progetto già approvato solo se «strettamente necessarie». Per di più esiste una delibera votata dal Comune (nella gestione Marino, la delibera è la 132, del 22 dicembre 2014), il che significa che per cambiare progetto, o bloccarlo del tutto, occorrerebbe non una mozione, ma una nuova delibera che revochi la pubblica utilità. Un atto politico fortissimo. Dei campanelli d’allarme, inutile far finta di niente, ci sono. Oltre alla nostra fonte qualificata, Paolo Berdini, oggi, afferma: «è una grande opera e andrà rivista sotto il profilo della sostenibilità economica e urbanistica di una città che ha 13,5 miliardi di deficit». Poi precisa in modo lapidario: «non è detto che lo stadio si faccia perché l’aula capitolina dovrà confermare l’interesse pubblico a costruire un milione di metri cubi di cemento che in realtà è nell’interesse degli operatori che propongono l’impianto. Sarebbe meglio tornare a prevedere la realizzazione solo e soltanto di uno stadio». La stessa tesi del Sindaco dall’uomo che è succeduto, all’Urbanistica, all’ottimo Giovanni Caudo.

Pallotta ieri ha spiegato che un nuovo investitore servirà per costruire lo stadio. La variante urbanistica figlia della delibera del 2014 deve andare in consiglio, tecnicamente, solo per essere ratificata. Ci sarebbero due mesi di tempo per intervenire: non sono moltissimi. Il progetto finale uscirebbe dalla Conferenza dei Servizi il 5 febbraio. Inoltre sono stati spesi 60 milioni in un progetto che ha coinvolto 50 studi, tra cui Daniel Libeskind e Dan Meis: se saltasse, la società potrebbe fare causa al Comune e c’è chi stima il danno in oltre due miliardi (mancati introiti, perdita di diritti d’immagine per servizi che la società sta già finanziando). Cosa può chiedere di cambiare, la Raggi? Le cubature attuali (977 mila metri quadri), possono esser ridotte di 7-8 mila: poco. Il M5S può chiedere di aumentare il costo delle opere pubbliche, ad esempio continuare l’unificazione e l’allargameto della via del Mare, non solo fino allo stadio (valore 38 milioni), ma fino alla fermata metro di Marconi (altri 35 milioni in più). E Magari  ottenere più denari per l’acquisto di 10-12 treni da destinare alla Roma-Lido. Berdini però sembra alludere totalmente ad altro: fare solo lo stadio significherebbe chiedere di far saltare il progetto. Un progetto che, per estensione, è solo per il 12% stadio, per il 54% un parco, per il 26% strade, per l’8% torri (di Libeskind, non proprio di palazzinari). E in cui, come volumi, il 78% è a uso pubblico: un intralcio per la Raggi è però politico dato che due terzi degli elettori tifano Roma. Un grosso aiuto indiretto arriverebbe, stavolta, proprio dai leggendari poteri: bloccare un’opera nata fuori dai circuiti di Caltagirone non significa esattamente metterselo contro.

(J. Iacobini)

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