Su questo stadio tira un’aria mefitica

Su questo stadio tira un’aria mefitica

La partita tra sì e no è ormai ai tempi supplementari e il pareggio non è previsto

C’è l’incognita della puzza. Non solo la spirale maleodorante che avvolge di giorno in giorno le sorti della giunta comunale di Virginia Raggi, tra assessori che cadono e guerre intestine all’interno del Movimento 5 Stelle. A un tiro di schioppo dal luogo in cui il presidente della Roma Calcio, James Pallotta, e l’imprenditore Luca Parnasi vorrebbero costruire il nuovo stadio della Roma, funziona, simbolo e presagio, un mega depuratore delle fogne romane.

Quando tirano ponente o libeccio, nubi mefitiche accarezzano i quartieri più a Est di Decima, del Torrino e dell’Eur. Terrorizzati, gli abitanti dell’area si chiedono cosa potrebbe accadere se il depuratore, già scricchiolante, dovesse assorbire il prodotto di alcune nuove migliaia di sciacquoni in azione a Tor di Valle, l’area che dovrebbe ospitare il nuovo stadio da 60 mila posti. La più maestosa operazione immobiliare concepita a Roma negli ultimi decenni, culla di sfrenati appetiti speculativi, giochi di consenso politico, pressioni e centinaia di milioni di euro pronti a entrare in circolo che assediano la giunta Raggi.

La sindaca al momento è tra due fuochi ma, ammesso che lo voglia, non è facile mettersi di traverso. Se lo facesse salverebbe una splendida ansa del Tevere di valore paesaggistico dove vagabondano lepri e fagiani e dove il piano regolatore di Roma esclude (salvo varianti malandrine) che si possa costruire alcunché. Darebbe soddisfazione ai duri e puri militanti del M5S e metterebbe un altro bastone tra le ruote (dopo il No alle Olimpiadi) dei poteri che da decenni regnano a Roma: le dinastie dei costruttori sul mega-progetto si decidono in qualche modo anche le sorti di una filosofia urbanistica che a Roma è stata per decenni la regola, la logica perversa delle compensazioni in virtù della quale i costruttori hanno spesso ottenuto, in cambio di opere infrastrutturali, permessi di edificazione a fini puramente speculativi.

Si può sempre dire “no grazie”, scrive Irti su Il Venerdì di Repubblica, ma è difficile stimare il prezzo politico che pagherebbe in termini di consenso. Anche i romanisti votano e quindi, forse da un’altra parte (ci sono altri quartieri candidati) ma lo stadio va fatto. I moderni stadi di calcio vengono integrati in zone centrali delle città, per riqualificarle, come è stato fatto a Torino o a Manchester, a beneficio di decine di migliaia di cittadini residenti. La precedente giunta comunale di Ignazio Marino aveva già riconosciuto la “pubblica utilità” dell’iniziativa collocandola proprio lì. Virginia Raggi potrebbe anche fare marcia indietro approvando una contro delibera, ma solo a fronte di seri motivi. L’area è a alto rischio idrogeologico (rischio 3 su una scala di 4). Li vicino c’è un torrente, il Fosso Vallerano, affluente del Tevere che, in caso di piena, manderebbe sott’acqua anche l’eventuale monumento a Francesco Totti. Con le moderne tecniche di costruzione si può benissimo tirar su un mega stadio perfino nel mare, ma conviene piazzarci anche tre grattacieli alti 200 metri? Nell’immaginario progettuale almeno il 50 per cento dei tifosi previsti dalla capienza dell’impianto (quindi intorno ai 30 mila) dovrebbero usare la ferrovia. L’idea è di costruire una diramazione della metropolitana che vada dalla stazione della Magliana allo stadio. Ma gli esperti dell’Atac (l’azienda romana dei trasporti) hanno messo nero su bianco che non si può fare. Non c’è lo spazio e il nuovo innesto manderebbe in malora il traffico dei treni nelle ore di punta. Ma allora si potrebbe utilizzare la linea Roma – Lido di Ostia. Si, proprio quella che cade a pezzi e che sarebbe indispensabile rimettere in piedi con almeno 127 milioni di euro. Dovrebbe farlo la Regione Lazio. «E i soldi chi ce li mette?» dicono i responsabili. «Comunque non sono lavori che si possono fare per far funzionare lo stadio di un imprenditore privato». Senza parlare di un rischio evacuazione dove le persone si ritroverebbero tra il Tevere e la via del Mare.

È un’ipotesi estrema, ovvio. Non lo è invece una pioggia insistente che allagherebbe l’area senza essere più assorbita dal terreno, cementificato per costruire i parcheggi. A questo i progettisti però hanno pensato. Verrà installata una potente idrovora, in continua allerta, che inghiottirà l’acqua piovana sputandola nel Tevere. Ma poiché l’idrovora dovrà essere in efficienza e in manutenzione permanente, chi pagherà il personale per farla funzionare? Chi dovrà occuparsi della pulizia dei parcheggi e dell’intera area dopo una lieta domenica calcistica? L’indebitatissimo Comune di Roma? L’arrancante azienda dei rifiuti urbani Ama? La faccenda è tortuosa e il rischio è che sulle tasche dei romani finiscano per gravare nuove spese a beneficio di uno stadio comunque privato. La tifoseria romanista è persuasa che il nuovo impianto apparterà alla Roma Calcio. Non è così. La Roma sarà l’inquilina dello stadio che rimarrà di proprietà del presidente James Pallotta e dei suoi partner d’impresa (anche se è ovvio che la Roma Calcio è l’unico cliente possibile). Pallotta e Parnasi lasciano intravvedere cause milionarie se il progetto dovesse naufragare. La partita è ormai ai tempi supplementari e il pareggio non è previsto.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy