Derby, una sconfitta per la città. Trovare il coraggio di dire basta

Derby, una sconfitta per la città. Trovare il coraggio di dire basta

Da Paparelli fino ai fatti del marzo 2004, la sfida tra Roma e Lazio porta con se scontri, feriti e guerriglie

«Il prefetto farà tutte le valutazioni tecniche. Certo è che noi dobbiamo salvaguardare la vita e la salute delle persone. Sulla sicurezza non si transige, non ci può essere alcun tipo di transazione. Su questo tema bisogna essere leali reciprocamente e sapere che se non ci sono le condizioni di sicurezza piene non si può modificare nulla». Parole pronunciare ieri da Angelino Alfano e sulle quali si sofferma Paolo Conti de Il Corriere della Sera. Si parla di «salvaguardare la vita e la salute delle persone», di «sicurezza». Tutto suggerisce un grave allarme. Ma non c’è da affrontare nessuna insurrezione o una rivolta. Espressioni tanto drammatiche, e preoccupate, del responsabile dell’ordine pubblico italiano riguardano il derby di Roma. Il ministro dell’Interno si chiede se questa partita possa essere o meno il banco di prova per ripensare il sistema delle barriere all’Olimpico. Eppure si parla «solo» di una partita tra squadre della stessa città. Da anni «derby» a Roma è sinonimo di scontri, di feriti, di guerriglia. E di morti, 28 ottobre 1979, Vincenzo Paparelli.

Roma è una città che vive non sull’orlo ma in piena crisi di nervi in ogni derby previsto dal Campionato. Anche i romani calcisticamente indifferenti ricordano quel 21 marzo 2004, alcuni ultras organizzano un piano per far sospendere la partita, spargendo una notizia falsa: un bambino morto investito da un’auto della polizia fuori dallo Stadio Olimpico. Lo stadio assiste a un’invasione di campo in un clima irrespirabile, l’arbitro Rosetti si consulta al telefono con l’allora presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani, e il match viene sospeso. Poco dopo però questore e prefetto cercano di spiegare che la notizia è falsa e che non c’è motivo per non giocare. Ma la tensione, a quel punto, è diventata incontrollabile. Bilancio finale: bar e bagni dell’Olimpico devastati, sedili divelti, casotti e garitte incendiati, scontri violentissimi, 153 poliziotti feriti su 500 in campo. Quel 2004 è indimenticabile. Ma tanti, troppi altri derby hanno trasformato Roma in un teatro di guerriglia.

Potremmo continuare a lungo, vedi il derby del 25 maggio 2015 con due tifosi romanisti che finisco al Gemelli, o quello del 29 aprile 2001 con motorini ed un pino centenario incendiati. C’è già tanta, troppa tensione in vista di domenica. Anche in questo, Roma detiene un record negativo. Molte altre città italiane hanno una doppia squadra cittadina. Milano ha il suo derby, ma non ci si accoltella per le strade. Lo stesso succede a Torino. Roma no. I romani qualsiasi, di quelli indifferenti al calcio sono condannati a convivere, accanto ai tifosi più ragionevoli, con un clima prima da assedio e poi da guerra civile urbana. Se non fosse completamente inutile, verrebbe da dire basta, basta, basta così. Ma è, appunto, incivilmente e cupamente inutile.

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