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Cassano nel suo libro:"Ma quale Zidane o Ronaldo, io scelgo Totti"
Venerdì 05 Dicembre 2008 08:47

(di Daniele Lo Monaco - da Il Romanista)

La battuta più sferzante l'ha regalata Spalletti, qualche giorno fa: «Il libro di Cassano? Non so quale titolo abbia scelto, ma viste le anticipazioni direi che il titolo giusto sarebbe "Il manuale del giovane calciatore"».

 

In realtà Cassano la sua autobiografia, affidata al collega di Sky Pierluigi Pardo, l'ha intitolata "Dico tutto. E se fa caldo gioco all'ombra" (edizioni Rizzoli,16 euro), e pare che sia un best seller di stagione: otto edizioni in due settimane, ordini già per centomila copie, un successo incredibile.

 

Un pubblico vasto ed eterogeneo, insomma, si sta godendo le pillole di saggezza del più estroso, talentuoso e insopportabile calciatore italiano, uno che, parole sue, se ne frega di vincere perché non ne ha abbastanza voglia, lui si accontenta di poco, «di stare bene con me stesso e di vivere da re, guidando una Ferrari al massimo in terza, in una stradina stretta, col braccio fuori dal finestrino». A lui piace così. In ogni caso immergendosi nella lettura del libro - centottanta pagine scritte a caratteri molto grandi, ci vuole mezzo pomeriggio o un quarto di notte per completarlo - la prospettiva da cui si guarda la vita di Cassano è decisiva per amare, odiare, compatire o ammirare il bulletto di Bari. Ma questa è una prerogativa che lasciamo a chi deciderà di leggerlo. Qui ci interessa illustrare meglio alcune vicende che hanno riguardato la Roma di quegli anni, anni trionfali, ma senza vittorie, anni in cui si è rischiata la serie B, e poi l'anno della rifondazione spallettiana, rifinita proprio quando partì Cassano.

I SOLDI Un solo allenatore gli è rimasto indissolubilmente legato, e non è nessuno di quelli avuti alla Roma. Non a caso, è l'unico che ha avuto a che fare con lui per un limitatissimo periodo di tempo, cioè finché non è diventato "grande". E' Eugenio Fascetti, l'uomo che oggi è rimasto praticamente solo nel partito dei pro ad ogni dibattito postcassanata. Fu lui ad allenarlo a Bari fino al giorno in cui diventò miliardario, una condizione che evidentemente Antonio ritiene fondamentale per acquisire quel rispetto che altrimenti gli sarebbe mancato.

E per diventare «bello come Brad Pitt», aggiunge in un input di autoironia che "demolisce" le donne che ha avuto, e chissà in quante l'hanno capito: «Ad oggi - c'è scritto nella quarta di copertina - mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario. Me ne mancano ancora 8 prima di pareggiare». Nell'Italietta di Cassano - quella dei soldi che ti fanno bello, delle Ferrari da collezionare, delle starlette da "trombare", degli allenatori da contestare - si capisce presto che i soldi comprano tutto, oggetti e sentimenti: e infatti cose nobili come l'amore e l'attrazioni o più terrene come la terza media e la patente vengono regalate per fama o vendute per denaro. Il fesso, par di capire, è chi studia
TOTTI Roma, si diceva. La preferì alla Juventus, un po' perché c'era Totti, il suo idolo, un po' perché l'amata mamma Giovanna diceva che a Torino i panni stesi si ghiacciano.

La prima telefonata è di Capello, il primo appuntamento ovviamente con Sensi: arriva con due ore di ritardo. Lui, del resto, è Cassano anche se in quel momento non tutti ancora lo sanno. Totti invece è già Totti, eppure prende il ragazzino brufoloso sotto la sua ala protettrice e insieme, dice la leggenda e ribadisce Cassano, ne combinano come nessun'altra coppia di amici potrebbe fare. Chissà chi tiene la classifica. Le donne, oltre agli avversari da dribblare, il loro debole: ci passavano - dice - notti intere e poi magari andavano direttamente a Trigoria per gli allenamenti. Feste ovunque: «Roma, Napoli, Milano, se c'era una festa partivamo.

Due amici single con una filosofia semplice: prendiamo tutto e basta». Per due anni vivono in simbiosi, con le famiglie a fraternizzare come loro. Poi il primo litigio: «Ci invitano a C'è posta per te. Alla fine litighiamo per il grano: mi promettono una cifra, tipo 10, che alla fine diventa 2 a me e 8 a lui. Il dubbio su come sia andata veramente negli anni mi è rimasta». Nel dubbio, però, fa vacillare quell'amicizia fraterna. «Ma questa fu una cazzata. Il vero scazzo ci fu dopo il 2004, dopo il mio Europeo, quando cominciavano ad esserci problemi seri con la Roma. Avevo letto alcune dichiarazioni di Totti e Montella contro di me e a favore della società che non mi erano piaciute. Chiedo a tutti e due, visto che erano miei amici, di tutelarmi. State nel mezzo, dico. Né a favore mio né contro. Vincenzo capì, Francesco no. La volta dopo lo rifà e io mi stranisco. Capisco che il feeling s'è rotto per sempre».

Per chi non lo ricordasse, quello era il delicatissimo momento del dopo-Capello, quando Cassano si mise di traverso alla Roma, imboccando la strada che lo porterà a cercar gloria lontano. E vanamente. Bene fece, dunque, Totti a rimproverare anche pubblicamente il compagno di squadra, attento solo al bene di se stesso e mai a quello del gruppo, a maggior ragione dopo le belle prestazioni europee. E invece di capire e di mettersi a disposizione del gruppo, come da sempre fanno i veri grandi, Cassano rompe pure con Totti: «Magari la mia maturazione aveva finito per turbarlo». Ecco. Sta a vedere che Totti era pure geloso... Ciò che a distanza di tempo Cassano gli riconosce è il genio calcistico: «Nella mia carriera ho giocato con gente straordinaria, con Ronaldo e Zidane, tanto per dirne due, ma se devo scegliere uno con cui giocare insieme prendo sempre lui. Però anche dopo il litigio abbiamo continuato a giocare insieme alla grande. Forse ci avete fatto caso, quando segnavo io lui non mi abbracciava, e viceversa. Ma la palla ce la passavamo». Molti lo notarono. E quando veniva scritto o detto volavano gli insulti...


LA STAMPA Secondo la partigiana ricostruzione di Cassano, «la stampa romana ha cominciato a massacrarmi quando ha dovuto crescere tra me e Totti. E ha scelto lui. Il perché non lo so, ma lo posso intuire. Avevano certamente più interesse a stare dalla sua parte. Li capisco. Io non sono mai stato un loro uomo. E in generale non ho mai ritenuto utile parlare con i giornalisti. Non avevo niente da dire e odio leccare il culo. Sono fatto così». In realtà al massimo qualcuno scelse tra Cassano e il bene della squadra, che faticosamente cercava di trovare una direzione nel bel mezzo di una crisi finanziaria, societaria e tecnica. Se Cassano avesse capito, o se qualcuno lo avesse consigliato per il suo bene, avrebbe anche lui fatto parte a pieno titolo di un gruppo che poi per tre anni si sarebbe assai divertito: e nessuno dei romanisti di oggi pensa di dover leccare il culo ai giornalisti per garantirsi l'immunità. Lui invece questi tre anni li ha buttati quasi per intero e solo da qualche mese è ripartito, peraltro assai indietro nella scala della considerazione dei calciofili di tutto il mondo. Di giornalisti ne salva due: uno è Carlo Zampa, lo speaker che coniò il soprannome "Peter Pan". L'altro non lo nomina. Fa abbastanza ridere, però, la considerazione che ha fatto quando è andato a Madrid: «In prima fila ci stanno tanti giornalisti di Roma che mi stanno sul cazzo. Mi veniva da ridergli in faccia. Mi veniva voglia di dirgli: "Guardate dove cazzo sono arrivato e voi siete qui grazie a me. La paella che vi siete mangiati ieri sera o la gita che state facendo qui a Madrid, scappando dalle vostre mogli, per scrivere cinquanta righe nelle quali tra l'altro mi insulterete, è solo merito mio"».


LE DONNE Delle donne dice tutto lui: delle 6-700 che s'è fatto, delle pseudofidanzate (ce n'è una, Rosaria Cannavò, che non cita mai per nome, è quella che l'accompagnò a Madrid e che fu messa alla porta quando gli chiese di scegliere tra lei e la mamma: ora s'accompagna con Panucci) e degli attuali amori, come la fidanzata Carolina, quella «diversa da tutte le altre», quella di cui è innamorato perso, dice. Poi racconta di quelle che prima di partite importanti lo costringevano a supplementari cui non si sottraeva: «Prima del ritorno della finale di Coppa Italia a Milano, 2004, passo una notte di sesso leggendario con una soubrette della televisione. Alle sei del mattino mi ordina di rifarlo, mi ricatta, minaccia di dirlo a tutti se non avessi ancora fatto il mio dovere. Io eseguo».


CAPELLO Gli anni alla Roma passano in fretta: fosse per lui dovrebbe sempre giocare, così quando Capello non è d'accordo arrivano le liti: «Non voglio fare panchina a questi quattro coglioni». Subito dopo arrivano i pentimenti: perché a volte come con un interruttore gli si spegne la luce, "clic". E quando gli si riaccende si rende conto di aver sbagliato. A confortarlo uno stendardo: «Io amo le cassanate». «Sarò sempre grato a chi ha pensato e realizzato quello striscione: è la prima cosa che cercavo con lo sguardo quando entravo all'Olimpico». Dice di aver amato come nessuno i tifosi della Roma, che gli sono mancati a Madrid. Ma adesso si batte il cuore e promette amore eterno a quelli sampdoriani. E chissà in futuro che succederà. Quando Capello va alla Juventus lo difende, ma con argomenti curiosi: perché Tosatti, che favorì il passaggio alla Juve e diede la notizia sul Corriere della Sera in esclusiva assoluta, raccontò che Capello andò a guadagnare meno che a Roma. Cassano dice invece oggi che bene fece Capello a mostrarsi incoerente (nessuno dimentica quel "mai alla Juve" pronunciato poco tempo prima) per guadagnare più del doppio di quello che prendeva alla Roma. Inutile citare di nuovo gli episodi già ricordati delle liti di Roma e Madrid, della moda di parlare con la bocca coperta, delle scommesse e delle bandierine spezzate («m'aveva dato il permesso lui»). E' curioso, invece, come oggi racconti che l'episodio che ha chiuso definitivamente i loro rapporti - l'irridente imitazione fatta vicino ad una panchina ripresa dalle telecamere della tv spagnola - sia frutto di un equivoco: «Giuro che non lo stavo imitando. E Tancredi, che era lì, testimoniò inutilmente a mio favore».


I COMPAGNI Dice che detestava Batistuta perché aveva la puzza sotto il naso. Racconta l'episodio del cappuccino girato col dito, che lo scherniva in allenamento («vienila a prendere, vecchio»). Ovviamente non racconta le cose che di quel confronto sanno anche i muri di Trigoria, di come quel giorno reagì Batistuta, di quando Samuel lo sbatté contro una vetrata, e di altri episodi simili. Ma racconta del ceffone al ds Pradè: «Negli spogliatoi dissi che non volevo andare in ritiro, lui mi disse che avevo anche il coraggio di parlare. Ero sotto la doccia, gli diedi una manata con la schiuma in mano, lui andò per terra e il giorno dopo mi chiese scusa, com'era giusto che fosse».


PRANDELLI E SENSI Dopo quell'Europeo, dunque, torna a Roma per affrontare il nuovo anno. Con nessuna voglia di allenarsi. E infatti prima chiede un supplemento di vacanze, poi s'inventa di avere le emorroidi: permessi accordati. Così mentre la squadra faticava per ricostruire un progetto agli ordini di Prandelli lui se la gode nel villaggio Valtur di Pollina. E si offende perché Totti non sta dalla sua parte... Con Prandelli litigò subito, alla prima occasione: «Tre giorni dopo il mio rientro dice di volermi far giocare tutta l'amichevole a Perugia. Io non ero in condizione e infatti non la struscio mai. All'intervallo mi avvisa che dopo dieci minuti mi avrebbe tolto, ma io mi levo la maglia: "allora gioca tu"». E anche Prandelli è sistemato. Stesso percorso con Voeller, «l'amico Fritz», poi con Delneri, quello che, dice, non si capisce mai quando parla: Cassano non si allena e tratta tutti a parolacce, e se loro reagiscono è peggio ancora. Allora interviene Sensi: «E io lo tratto male, senza rispetto per un persona anziana cui volevo bene e che era già malata. Mi escono di bocca parole gravi. La sera mi ravvedo e chiedo a Vito Scala di accompagnarmi a Villa Pacelli a chiedere scusa. Il presidente mi abbraccia: "Ho già dimenticato, Anto'. Ma tu fai il bravo». Ma il bravo non lo farà.


SPALLETTI Dopo una salvezza conquistata anche grazie a lui, che a fine stagione ha pensato di rimettersi a giocare, si riparte da Spalletti. Ed è subito lite, con l'episodio noto dello stereo in palestra: e quando il tecnico fa abbassare il volume, la risposta dell'educato ragazzo barese è testuale: «Mica stai allenando quelle schiappe dell'Udinese, questa è casa mia». Poi Spalletti gli toglie la fascia da vicecapitano (che gli aveva dato Franco Baldini, in uno dei tanti momenti in cui s'era pensato di responsabilizzarlo) e se lo fa definitivamente nemico. Il resto è storia: la società ritira l'offerta che improvvidamente gli era stata presentata in tempi meno tempestosi (3,2 milioni l'anno, e lui l'aveva rifiutata), Antonio rompe con tutti e va a Madrid. E la Roma prende a volare: «Undici vittorie di fila, porco cane, nuovo record della serie A. Ma davvero ero solo io il problema?». Forse.


 
 

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