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04
2014
Ultimo Aggiornamento: 00:00:00
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(Repubblica.it – F. Brighenti ) - Non scorrazzano in equilibrio precario sugli zatteroni, nè indossano le tutine argentate che i loro ispiratori glam rock dei primi anni Settanta (Sweet, Slade, Marc Bolan, Gary Glitter…) esibivano spavaldi sul palco.

Ma è quell’idea di rock’n'roll semplice, diretto, viscerale, che mira a scaldare cuore e muscoli più che a fare letteratura, la forza che sta imponendo i Giuda come un fenomeno internazionale. Le quotazioni della band romana, che per quattro quinti proviene dalla borgata di Santa Lucia (l’anima popolare qui nasce, e resiste) sono in costante ascesa e l’uscita del loro secondo album Let’s do it again, il prossimo 16 novembre – lo stesso giorno del concerto che li riporta sul palcoscenico romano del Blackout, dopo i tour in Europa e USA – è attesa come un piccolo evento dopo che il precedente Racey Roller, pubblicato nel 2010 dall’etichetta statunitense Dead Beat e poi ristampato dall’inglese Damaged Goods e dalla californiana TKO, ha superato le diecimila copie vendute.

Ma a fare dei Giuda un caso internazionale è soprattutto l’impresa, che da decenni non riusciva alle rock’n'roll band, di riportare la fede calcistica al centro delle canzoni. A partire dal loro hit più amato e popolare, Number 10, dedicato a Francesco Totti, con il ritornello che ripete “score a goal, captain” e il coro del pubblico che si alza forte: “let’s do it, com’on let’s do it”.

“Non sappiamo se il capitano ha mai ascoltato la nostra canzone. E comunque ci piacerebbe conoscerlo e farci una foto insieme”, racconta Lorenzo Moretti, chitarrista e stratega dei Giuda. “Intanto abbiamo conosciuto James Pallotta, il presidente della Roma: è diventato uno dei nostri fan americani più accesi. È venuto a vederci al Cake Shop di New York nel corso del nostro ultimo tour di 10 date negli Stati Uniti. L’ufficio stampa della AS Roma ci aveva avvertiti che sarebbe venuto il giorno prima a Boston: ‘ha letto del vostro show su un quotidiano che racconta la storia di Number 10 e vuole assolutamente conoscervi’… Pensavamo tutti che fosse uno scherzo. Anche perché a Boston non si era presentato. Poi, la sera successiva, dopo il soundcheck nel club di New York, eravamo usciti a fumare e rientrando ci era venuto incontro euforico il nostro cantante: ‘Ragazzi, c’è mr. Pallotta, è venuto da me dicendo che mi ha riconosciuto dalle foto e ha chiesto la conferma che fossi io la voce dei GIuda!’”.

“Pallotta è stato molto affettuoso – prosegue Moretti -, ci ha detto che voleva salire sul palco a cantare insieme a noi l’inno per il nostro capitano, ma poi non se l’è sentita. Quando poi lo abbiamo rivisto dopo il concerto ci ha fatto un mucchio di complimenti chiedendoci di fargli da guida la prossima volta che viene a Roma. Non gli va di frequentare i posti turistici e vorrebbe che lo accompagnassimo in una trattoria popolare. Gli abbiamo proposto Tor Pignattara… e lui ci ha promesso di riportare presto lo scudetto alla Roma!”.

I Giuda ci hanno preso gusto, a mescolare il calcio alla loro musica, intreccio incandescente di glam rock, protopunk e rock’n'roll affilato che riprende la filosofia “clap your hands and step your feet” certificata dagli Slade nel loro inno Get down ad get with it, quarant’anni fa. E nell’album in uscita rincarano la dose con Get that goal infilando tra i versi anche una (finta) concitata radiocronaca in inglese di un’azione vincente.

“Negli anni Settanta il rock popolare era strettamente legato al mondo del calcio”, spiega Moretti, “i ritornelli degli Slade erano cantati negli stadi e gli anthem delle rockband erano adottati da squadre come Liverpool, Fulham, Tottenham, Queens Park Rangers, Nottingham Forrest… E poi se rivedi le foto delle curve degli stadi, in quegli anni, ti accorgi che gli hooligan di quell’epoca vestivano come i Bay City Rollers, avevano pure loro gli stivali con le zeppe! Ecco, è a quell’immaginario che attingono i Giuda”.

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